Mercati in fibrillazione tra trimestrali e Fed

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di Redazione 13 Ottobre 2021 | 10:03

I mercati stanno ancora cercando di capire l’orientamento delle FED che domani presenterà anche i verbali dell’ultimo meeting. Se le attese fossero confermate, si configurerebbe una strisciante inflazione dai risvolti inediti.

Al momento due sembrano le determinanti della crescita dei prezzi: la pressione sui costi delle imprese e la configurazione delle aspettative degli operatori sul profilo della stessa inflazione nel futuro nel medio periodo.

Le recenti discussioni convergono tutte le definire l’inflazione come temporanea. All’interno di questo schema si sono mossi i mercati finanziari negli ultimi sei mesi. In realtà, non esiste nessuna garanzia che le aspettative di una transitoria crescita dei prezzi non mutino velocemente in peggio, contribuendo già oggi ad una maggiore inflazione. Inoltre non sono ancora ben chiari gli effetti differenziali tra paesi di un incremento dell’inflazione. Da ultimo, accettando pure l’idea di una crescita transitoria, si pone la domanda: transitorio quanto?

Se un’economia cresce in modo robusto, non ci sono grossi problemi se i prezzi seguono lo stesso trend. I maggiori costi unitari potrebbero in larga misura non essere traslati sui consumatori perché compensati da minori costi medi derivanti dall’espansione della scala produttiva e dal riassorbimento, relativamente rapido, di risorse non utilizzate. Questo è ovviamente lo scenario virtuoso in cui il settore reale contribuisce a mantenere sotto controllo le aspettative d’inflazione. Se viceversa i prezzi aumentano in un paese che strutturalmente cresce pochissimo o per niente (i.e. Italia), qualsiasi fenomeno inflazionistico peggiorerebbe sia le aspettative sia il potere d’acquisto del reddito e della ricchezza, ovviamente per quella quota di asset detenuta in forma liquida e non indicizzata al livello dei prezzi. In altre parole, l’arrivo dell’inflazione prima del consolidamento delle ripresa, potrebbe soffocare la ripresa stessa. Considerando un ulteriore aumento del 20% dell’energia e delle materie prime alimentari, si arriva ad una previsione per il 2022 di crescita dei prezzi del 2,5% in Germania e del 3,2% in l’Italia. Qualcuno (i noti falchi) potrebbe chiedere alla BCE una azione restrittiva.

Taluni tendono a confrontare il biennio 2007-2008 con quello 2020-2021. Le similitudini sono però solo apparenti e legate perlopiù alla crescente dinamica dei prezzi delle materie prime. Gli aumenti registrati nel 2007-08 sono avvenuti tra la fine della fase espansiva e l’inizio di una profonda recessione, elemento che ha favorito il rientro dell’inflazione.

Oggi ci troviamo invece tra la fine della più diffusa e intensa recessione delle economie mondiali negli ultimi settanta anni e l’inizio di una fase di forte ripresa. L’intensità e la rapidità con cui si stanno svolgendo queste fasi, genera pressioni sul sistema delle materie prime e della  logistica, soprattutto marittima,  in un contesto in cui il persistere di vincoli derivanti dagli strascichi pandemici, genera ancora strozzature nelle filiere di produzione e distribuzione.

Non basta osservare che non sono stati ancora raggiunti i livelli di occupazione pre-pandemia per puntare sul funzionamento del presunto trade-off tra inflazione e disoccupazione, in cui al crescere dell’inflazione il livello di disoccupazione dovrebbe diminuire (la curva di Phillips al momento ha smesso di funzionare). Nonostante la disoccupazione, infatti, il mix di inflazione importata, modificazione delle aspettative, tensioni di domanda che si innestano su un’offerta non del tutto all’altezza per i problemi ereditati dalla pandemia, potrebbe portare a incrementi dei prezzi al consumo ben superiori di quelli oggi stimabili.

Il rischio inflazione non va quindi sottovalutato perché potrebbe portare sotto scacco la crescita economica.

Last but not least, inizia oggi la stagione delle trimestrali con i numeri di JPMorgan, BalckRock e Delta Airlines.

A cura di Antonio Tognoli, Head of Research di Integrae Sim

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