Mercati: il debito pubblico resta la palla al piede dell’Italia

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di Redazione 19 Ottobre 2021 | 09:31

Un fardello che ha limitato la crescita economica negli ultimi 25 anni è il debito pubblico. L’evidenza dimostra che le economie di successo sono quelle che più di altre sono state in grado di evitare, o uscire con danni limitati, dalle grandi crisi economico/finanziarie e in particolare dalle crisi dei debiti sovrani. Questo perché le situazioni di default dello stato producono danni permanenti alla struttura dell’economia. A differenza delle normali recessioni, intaccano infatti anche il lato dell’offerta e minano alla base il rapporto di fiducia che sempre dovrebbe esistere fra i risparmiatori e lo stato.

La teoria economica non ci consente di stimare quale possa essere il livello del rapporto debito/PIL che mette a rischio la stabilità finanziaria e la crescita economica. I livelli sembrano variare a seconda delle condizioni specifiche e dei momenti storici. Il Giappone riesce per esempio a finanziare il proprio elevatissimo debito pubblico senza un impatto negativo sulla stabilità finanziaria (ma con un effetto sfavorevole sulla crescita economica), nonostante il debito lordo giapponese si avvicini al 250% del PIL, ma quello netto è al 150%. Per l’Italia la differenza è quasi irrilevante.

Secondo Keynes, la crisi si manifesta nel momento in cui il contribuente non accetta più di pagare tasse extra per far fronte alla accresciuta spesa per interessi. Gli investitori non si preoccupano se sanno che lo Stato potrà far fronte alla spesa per interessi aumentando le tasse o anche riducendo le spese. Altrimenti, ha buoni motivi per preoccuparsi, specie se il livello del debito è elevato e l’avanzo primario non è sufficiente per determinarne una tendenza alla riduzione in rapporto alla dimensione dell’economia. La situazione è più grave quando il tasso d’interesse è persistentemente maggiore del tasso di crescita dell’economia: questa situazione genera il cosiddetto “effetto palla di neve”, ossia l’accumulo di debito per effetto dell’interesse composto, che obbliga a tenere un livello più elevato di avanzo primario. Vi sembra una situazione già vista? E’ la situazione italiana oggi.

Un Paese già colpito da gravi crisi di fiducia in passato, in cui il tasso di interesse è maggiore del tasso di crescita (trascuriamo quello straordinario del 2021) da circa 20 anni e in cui anche la spesa pubblica e la pressione fiscale sono considerate quasi come immodificabili. Inoltre, la differenza fra tasso di interesse e tasso di crescita appare endogena, nel senso che una condizione di scarsa fiducia nella capacità dello stato di far fronte alle proprie obbligazioni nei confronti dei detentori dei titoli pubblici spinge verso l’alto il tasso di interesse e verso il basso il tasso di crescita. La prospettiva del default (che grazie a Draghi sembra allontanarsi) o di maggiori tasse per evitare il default, tiene lontani non solo gli investitori finanziari, ma anche le imprese, nazionali ed estere (le italiane delocalizzano e quelle estere se ne vanno dall’Italia?), e deprime gli investimenti in capitale produttivo. Si ingenera così un circolo vizioso, in cui la bassa crescita interagisce con l’alto debito e i due problemi si aggravano a vicenda. I paesi che hanno spazio fiscale possono mettere in atto politiche di sostegno dell’economia e riescono spesso ad evitare di importare la recessione. Al contrario, i paesi privi di spazio fiscale, come era indubbiamente l’Italia nel 2008, sono costretti ad importare la recessione, il che peggiora il rapporto debito/PIL rende necessarie politiche restrittive che aggravano i problemi dell’economia reale, causano fallimenti delle imprese, disoccupazione e aumento della povertà e di tutti gli indicatori di disagio sociale.

Uno dei canali attraverso i quali l’alto debito in rapport al PIL si traduce in recessione dell’economia è quello dell’aumento dello spread (leggi BTP – BUND). Questo infatti agisce sul capitale delle banche, specie quando queste detengono una gran quantità di titoli di stato, nonché sul costo della loro raccolta finendo per provocare una scarsità di credito per l’economia e un aumento del suo costo. Per questa via (doom loop) il debito pubblico agisce da freno allo sviluppo dell’economia.

Ci sono vie d’uscita? Certo che ce ne sono. Fra tutte l’avvio di riforme strutturali volte ad accrescere il tasso di sviluppo dell’economia, rendendo per esempio meno difficile fare impresa. Da questo punto di vista, come è sotto gli occhi di tutti, l’Italia non è messa bene, come certifica l’indicatore Doing Business della Banca Mondiale. E anche le molte riforme che sono state fatte negli ultimi due decenni non sembrano aver dato i risultati sperati.

La strada maestra, ma che nessuna forza politica sembra disposta ad accettare è che per mettere in sicurezza il Paese (come sostengono le organizzazioni internazionali e la Banca d’Italia) occorre un avanzo primario fra il 3 e il 4% l’anno mantenuto per molti anni. Nessun partito accetta di essere etichettato come il partito delle tasse e nessuno ha nemmeno ipotizzato tagli di spesa nell’ordine di quelli che sarebbero necessari. Peraltro, chi propone tagli di spesa lo fa, tipicamente, per far spazio ad altre spese e chi propone misure per il recupero dell’evasione fiscale si preoccupa sempre di aggiungere che ad ogni euro di recupero deve corrispondere un euro di riduzione delle tasse a favore dei contribuenti in regola. Il debito sembra essere sparito dal discorso pubblico. Ad onor del vero anche il Fondo monetario giunge comunque alla conclusione che avanzi primari del 3-4% non sono realistici per l’Italia.

Esistono soluzioni alternative. Certo che esistono. Negli ultimi anni sono state avanzate varie proposte di mutualizzazione dei debiti pubblici dell’Eurozona. Diverse sono le soluzioni, alcune peraltro molto fantasiose e poco realizzabili. La proposta più influente è stata quella avanzata nel 2011 dal Consiglio degli esperti economici tedeschi. L’idea era quella di mettere i debiti in eccesso della soglia del 60% in un Fondo comune (detto ERF, European Redemption Fund) che si sarebbe finanziato sul mercato per acquisire i debiti degli stati membri. In questo modo, gli stati più solidi dell’Eurozona avrebbero dato prova di una forte solidarietà nei confronti degli stati più fragili. In cambio questi ultimi si sarebbero sottoposti a condizioni assai severe, volte a eliminare i debiti al di sopra della soglia e a far sì che il Fondo potesse cessare l’attività nell’arco di 20–25 anni. Erano previste sanzioni rigorose, quali la cessazione dei riacquisti dei titoli in scadenza, per evitare che i paesi membri venissero meno agli impegni assunti in materia di politiche di bilancio.

Insomma, il debito pubblico è una delle reali palle al piede che non consente al PIL italiano di crescere al suo potenziale (2-2,5%) ma solo dello zero virgola e per questa via rende tutti noi sempre più poveri.

A cura di Antonio Tognoli, Head of Research di Integrae Sim

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