Hedge funds, alternativa valida solo se li capisci

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di Redazione 22 Luglio 2008 | 09:45
I dati fanno pensare a rendimenti più alti del reale perchè non sono ponderati sulla dimensione del gestore.
L’attuale fase di incertezza del mercato azionario rafforza l’interesse degli investitori verso gli investimenti alternativi. Tra questi, un posto di rilievo spetta certamente agli hedge fund, o fondi speculativi, presenti in misura sempre più consistente non solo nei portafogli dei grandi investitori privati, ma anche di investitori istituzionali come i fondi pensione.
 

Uno sguardo ai dati del 2000-2007 potrebbe far pensare che gli hedge funds abbiano realizzato rendimenti superiori al mercato azionario nonostante presentino minori rischi: infatti, se gli indici azionari mondiali hanno realizzato rendimenti medi annui pari a pochi punti percentuali, con volatilità nell’ordine del 13-14%, i principali indici relativi agli hedge funds registrano rendimenti del 8%-16% (a seconda della categoria), ma soprattutto volatilità sistematicamente inferiori, comprese tra 5% e 11%.
 

È importante tuttavia che gli investitori, prima di orientare le proprie scelte sulla base di confronti di questo tipo, comprendano fino in fondo i numerosi limiti da cui sono affette le statistiche disponibili in materia di fondi speculativi. Proviamo dunque a riepilogarne alcuni.
 

Gli indici di hedge funds sono spesso basati su rendimenti medi non ponderati per la dimensione del gestore, e tendono quindi a sopravvalutare l’impatto dei fondi più piccoli, riservati a pochi eletti, e a sottostimare i risultati dei fondi maggiori, talvolta meno brillanti. Inoltre, in molti casi includono anche fondi che non raccolgono più nuove sottoscrizioni, e dunque non sono rappresentativi degli investimenti effettivamente disponibili al pubblico. Infine, poiché sono basati su dati forniti dai singoli gestori su base volontaria, non rappresentano tutto l’universo dei fondi hedge, ma solo un sottocampione che può variare sensibilmente: al riguardo, è d’obbligo citare un noto studio di Amenc e Martellini dove si mostra che, a parità di periodo esaminato e di categoria di fondi, il rendimento di un indice di hedge fund può variare da -2% a 21% a seconda della fonte utilizzata.
 

Va poi ricordato che le statistiche non includono, di solito, i fondi ritirati dal mercato, in genere i meno brillanti. Questa distorsione (che gli esperti chiamano survivorship bias) esiste ovviamente per qualsiasi investimento, dunque anche per le azioni o i fondi comuni tradizionali; tuttavia, nel caso dei fondi hedge, contraddistinti da un’elevata mortalità, il suo impatto è particolarmente pesante: si stima che senza survivorship bias il rendimento annuo degli hedge funds sarebbe più basso, in media, di circa il 3%.
 

Ancora, media e volatilità non bastano per descrivere i possibili rendimenti futuri. In particolare, si dimostra che i fondi hedge sono contraddistinti da una elevata incidenza di rendimenti estremi (favorevoli o sfavorevoli) e da crolli di valore tanto rari quanto marcati. In queste condizioni, un confronto con gli investimenti tradizionali, la cui distribuzione dei rendimenti è mediamente più “regolare”, richiede l’utilizzo di parametri statistici più sofisticati.
 

L’elenco dei possibili limiti potrebbe continuare: selection bias, instant-fill bias, illiquidity bias sono solo alcuni dei tranelli in cui può incorrere un investitore inesperto. Il caso degli hedge fund dimostra come l’innovazione finanziaria accresca il bisogno di formazione dei risparmiatori o, come si dice, di investor education. È una buona notizia per chi, come me, si guadagna da vivere davanti a una lavagna.


di Andrea Resti, direttore del Carefin, il Centro per la ricerca applicata in finanza della Bocconi

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