Asset allocation: ora più che mai urge diversificare. Ecco i perchè

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di Redazione 9 Novembre 2021 | 10:01

Zew di novembre in uscita oggi (stima 20 punti contro 22,3 di ottobre) e prezzi alle produzione USA di ottobre, sempre oggi (stima 0,6% che porta il tendenziale annuo all’8,6%, contro 0,5% di settembre). Se il dato tedesco dovesse essere confermato sarebbe il sesto calo consecutivo, a conferma del peggioramento delle aspettative degli operatori economici dovuto ai timori di ulteriori colli di bottiglia nell’offerta di materie prime e prodotti intermedi.

Le stime arrivano dopo le parole del ministro dell’economia P. Altmaier, che ha confermato il rallentamento economico precisando che nel 2021 il PIL crescerà del 2,6% (a luglio la stima era del 3,5%) quale effetto della scarsità di materie prime e dell’impennata dei prezzi dell’energia. Nel 2022 il PIL è invece atteso crescere del 4,1% (3,6% la stima precedente) a condizione però che le catene di fornitura internazionale si stabilizzino. Con questo scenario la Germania potrebbe tornare ai livelli di produzione pre-pandemia a cavallo tra il primo e il secondo trimestre del prossimo anno. Altmaier si è detto però ottimista sul tema inflazione, che vede pari al 3% nel 2021 e al 2,2% nel 2022.

E’ ormai chiaro che il problema, peraltro comune a tutti i Paesi industrializzati, non sia la domanda ma l’offerta. L’industria, in particolare, continua a soffrire di carenze nell’offerta di materie prime e di conseguenza anche la domanda di servizi diminuisce. Un esempio su tutti è quello del settore automobilistico, particolarmente colpito dalla carenza di semiconduttori, dove si è creato e permane un divario estremamente elevato tra domanda e produzione. Il forte problema delle consegne che sta rallentando la produzione emerge inoltre sia dall’indice IFO Business Climate che misura la fiducia delle imprese, calato a ottobre a 97,7 punti da 98,9 di settembre, sia dall’utilizzo della capacità produttiva, sceso di 2,1 punti percentuali a 84,7%.

La domanda dei mercati è se il problema della scarsità e dei prezzi crescenti delle materie prime possa continuare anche nel prossimo anno, con evidenti ripercussioni sulla crescita economica. Del resto, per quale motivo i produttori di materie prime dovrebbero ridurre i prezzi (e i profitti), di fonte ad una domanda che si mantiene robusta. Una flessione del tasso di crescita del PIL verso la normalizzazione nel 2022 e ancor più nel 2023, ridurrebbe tuttavia la domanda di materie prime (da capire se anche quello dell’energia), ma difficilmente la scarsità di offerta attualmente creatasi consentirebbe una flessione dei prezzi, che rimarrebbero quindi elevati. In questo scenario l’inflazione si ridurrebbe perché i prezzi non aumenterebbero, ma l’assorbimento della mancata crescita dovuto ai prezzi elevati, richiederebbe più tempo per essere assorbito.

Le Banche Centrali monitorano attentamente gli indicatori e guidare il sistema economico verso l’obiettivo di una sostenibile crescita del PIL (2-2,5%), un’inflazione che accompagni la crescita e una riduzione della disoccupazione. Difficile prevedere il comportamento dei mercati di fronte ad un possibile cambiamento di scenario. Il suggerimento è sempre quello: diversificare il portafoglio.

A cura di Antonio Tognoli, Head of Research di Integrae Sim

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