Asset allocation: azionario ancora sugli scudi, ma solo nel breve termine

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di Redazione 15 Dicembre 2021 | 09:31

Con l’emergere di Omicron, l’ultima e più contagiosa variante del Covid-19, gli investitori sono stati costretti a rivedere le loro previsioni per il 2022.

Le azioni sembrano rimanere la scelta migliore, ma è probabile che i rendimenti si concentrino più sul breve che sul lungo periodo, quando le banche centrali inizieranno ad alzare i tassi d’interesse”. Parola di Colin Graham, Head of Multi Asset Strategies e Co-Head of Sustainable Multi Asset Solutions di Robeco, che di seguito spiega nel dettaglio l’outlook.

Per noi, lo slancio economico, i tassi d’interesse e la liquidità volgeranno tutti nettamente a favore degli asset rischiosi, anche se un eventuale lockdown degli Stati Uniti potrebbe indurci a mettere in discussione queste prospettive. Pertanto, i rendimenti azionari arriveranno più facilmente quest’anno, piuttosto che l’anno prossimo o quello successivo – cioè, si concentreranno sul breve periodo. L’eccesso di liquidità che deteniamo ora si ridurrà sostanzialmente una volta che il ciclo restrittivo si troverà nella sua fase più acuta nel 2023 e 2024. Ed è molto probabile che la Banca d’Inghilterra e anche la BCE si accoderanno alla Fed per una stretta entro il 2023 o il 2024.

Previsioni di Expected Returns 2022-2026 sulla probabile performance delle principali classi di attivi nei prossimi cinque anni. Fonte: Robeco.

La correlazione tra i rendimenti del mercato azionario e l’espansione del bilancio delle banche centrali è stata molto elevata e positiva. Se l’espansione del bilancio rallenta, anche i rendimenti azionari tenderanno sicuramente a concentrarsi sul breve periodo per le stesse ragioni.

Per le azioni, in rapporto alla crescita nominale che sostiene l’azionario e l’obbligazionario, le aspettative di utili sono troppo basse l’anno prossimo. Pensiamo che le aspettative di utili saliranno nel corso del prossimo anno: attualmente i margini sono elevati, ma inizieranno a scendere quando i costi dei fattori produttivi e in particolare del lavoro inizieranno a salire più avanti nel corso del 2022. Almeno per i prossimi trimestri, quindi, intravediamo effettivamente un maggiore potenziale di rialzo nelle azioni, portando con sé premi al rischio più positivi rispetto a quelli obbligazionari.

La pandemia di Covid-19 rimane un problema importante ma, quantomeno, ha smesso di essere quella “grande incognita” che era quando è stata scoperta all’inizio del 2020 e si è trasformata in qualcosa di “più noto” ora che i vaccini stanno riducendo il suo impatto. Ci potrebbero essere ceppi più virulenti di Covid, come stiamo osservando oggi con la variante Omicron, perché mutare e diventare più contagiosi è tipico dei virus. Quantomeno ora abbiamo delle linee guida che ci indicano come i governi possono affrontare la minaccia alla salute pubblica. All’arrivo del Covid nel 2020, i mercati finanziari avrebbero dovuto subire una depressione in stile anni Trenta, ma grazie alle misure dei governi e agli stimoli fiscali che hanno tenuto in piedi l’economia non è accaduto. Tutto è diventato più gestibile e oggi abbiamo un piano da seguire.

Forse vedremo ancora qualche sporadico episodio di volatilità dovuto al Covid e qualche occasionale rallentamento, ma nel 2022 la pandemia non sarà più il tema di fondo dei mercati. Abbiamo anche osservato un cambio di rotta nei governi, capaci di ridurre la gravità delle infezioni Covid, abbassando i tassi di ospedalizzazione e di morte concentrandosi sulle vaccinazioni, anziché cercare di sradicare il virus stesso. Il Covid resterà con noi per sempre, proprio come i virus dell’influenza. Nel frattempo, le reazioni dei mercati ai nuovi focolai sono diventate meno ampie, quindi l’emergere di nuove varianti non dovrebbe provocare crolli disastrosi.

La pandemia ha dominato la vita quotidiana, ma i due rischi ritenuti più importanti dopo il Covid sono le elezioni di metà mandato di novembre negli Stati Uniti per rinnovare il Congresso e le tensioni in corso con la Cina.

Per le elezioni di metà mandato, il presidente Biden vorrà tenersi buoni gli elettori per mezzo di stimoli economici e altri regalini “acchiappa-voti”. L’inflazione non costituisce un reale problema per gli elettori, dal momento che gli Stati Uniti dispongono di abbondanti scorte di quasi tutti i beni e la liquidità accumulata nei bilanci familiari lascia prevedere un’ulteriore impennata della spesa. A predominare nei pensieri della gente è il tema del lavoro: ecco perché la componente dell’occupazione ha un peso preponderante nel disegno di legge statunitense sulle infrastrutture. Prima dell’appuntamento elettorale, Biden cercherà di far salire il tasso di partecipazione dei colletti blu, a beneficio dei voti democratici oltreché per rafforzare la sensazione che i suoi provvedimenti abbiano finora avuto successo.

Per quanto riguarda la Cina, permangono tensioni con gli Stati Uniti e un potenziale focolaio di crisi legato alla contesa sull’isola “separatista” di Taiwan. Tuttavia, Pechino deve dare la precedenza alle questioni interne perché il quadro di crescita generale si sta indebolendo e sinora l’aumento dei consumi langue. Il Paese sta ancora cercando di risolvere i problemi del debito e la questione immobiliare. I mercati del credito cinesi sono sotto pressione e il ciclo di espansione del credito si sta deteriorando; quindi, la Cina cercherà di stimolare la crescita e la prosperità. Il governo potrebbe cercare fuori dai suoi confini una causa che unisca il popolo e quindi potrebbe accrescere deliberatamente le tensioni nello stretto di Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale, ma non è detto che questa prova di forza si trasformi in qualcosa di più serio.

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