Investimenti: l’economia del futuro secondo Ubs

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di Redazione 11 Gennaio 2022 | 16:01

“Dopo un recupero entusiasmante, le principali economie mondiali sono avviate a superare il livello di PIL pre-coronavirus. Considerando che la pandemia non si è ancora conclusa, come si evince dalle notizie di questi giorni, si tratta di un risultato davvero notevole”. Parola di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer UBS WM Italy, che di seguito illustra la propria visione sullo scenario ecnomico e degli investimenti.

Nel gestire la crisi legata al COVID-19, probabilmente si è fatto tesoro dell’esperienza maturata durante la crisi finanziaria globale del 2008 e quella successiva dei debiti pubblici europei nel 2010. Tra le lezioni che ci hanno lasciato vi è certamente l’importanza di coordinare le politiche monetarie e fiscali.

Questa volta la rapidità e l’imponenza degli stimoli fiscali hanno consentito di attenuare gli impatti diretti della pandemia, mentre le garanzie sul credito bancario hanno evitato un credit crunch che avrebbe potuto avere conseguenze pesanti e durature. Anche la rapidità con la quale si sono resi disponibili i vaccini è frutto di importanti investimenti pubblici in partnership con il settore privato.

Le banche centrali hanno assorbito la maggior parte dell’ingente debito pubblico emesso per contrastare gli effetti economici della pandemia, mantenendo i tassi bassi e facilitando il compito dei governi. Anche se ora si apprestano a ridurre gli stimoli monetari, il modus operandi che ha consentito di arginare la crisi legata al COVID-19 potrebbe tornare utile nei prossimi anni per affrontare alcune delle transizioni epocali che ci aspettano.

Questa virata è stata particolarmente evidente in Europa: l’Unione europea (UE) ha sospeso il Patto di stabilità, che ora si appresta a ristrutturare, e creato il Recovery fund che, oltre a dare impulso a nuovi investimenti e infrastrutture, è finanziato con debito emesso dalla stessa Unione, un elemento innovativo e un passo avanti sul fronte dell’integrazione. Anche sulla base del calendario elettorale nei principali Paesi europei – compresa l’Italia – nel corso del prossimo anno si potrà comprendere se questa nuova impostazione verrà confermata in futuro.

Le risorse messe in campo dai governi tramite incentivi fiscali e infrastrutture sono state una scintilla che ha fatto ripartire gli investimenti in conto capitale. Il primo risultato di questa impostazione è stato un aumento della produttività che era al palo da decenni, anche perché maggiori investimenti consentono un concreto impiego delle nuove tecnologie e dell’innovazione – forse senza precedenti – che caratterizzano questi anni. Inoltre, gli investimenti pubblici sono essenziali per affrontare l’emergenza più temibile che ci aspetta: i cambiamenti climatici. L’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica infatti necessita di enormi capitali per poter cambiare il mix energetico a favore delle rinnovabili, migliorare l’efficienza energetica, rendere più sostenibili trasporti e produzione.

Ma nel corso dell’ultimo anno è emersa anche un’altra potenziale trasformazione. Dagli anni ’80 i dati economici suggeriscono che, sia in Europa che negli Stati Uniti, vi siano crescenti disuguaglianze. La globalizzazione e la tecnologia creano maggiore distanza tra le classi sociali. Proprio quest’ultima viene identificata come una delle radici del populismo, ma si tratta anche di un problema economico: se la popolazione non cresce e la classe media non ottiene maggiori redditi nel tempo, la domanda interna ristagna.

La revisione delle aliquote fiscali proposta dal Presidente statunitense Biden, la «prosperità comune» cinese (un insieme di misure per favorire una maggiore equità), alcune revisioni dei sistemi fiscali in Europa e la tassazione minima per le imprese del 15% a livello globale sono tra i numerosi tentativi di migliorare le condizioni di vita e aumentare il potere di acquisto della classe media. Questo impulso verso una maggior redistribuzione della ricchezza probabilmente è destinato a continuare e potrebbe portare a un aumento della domanda, fornendo ulteriore spinta a questo ciclo economico.

Un’altra transizione sempre più evidente è la deglobalizzazione. Ormai da molti anni i volumi del commercio internazionale risultano stabili a fronte di un PIL globale in crescita. Questo non è dovuto alle misure protezioniste varate da Trump, ma a un processo di rilocalizzazione delle attività produttive favorito dalla robotica e mirato anche ad accorciare filiere produttive che sono diventate troppo lunghe, vulnerabili e poco sostenibili da un punto di vista ambientale.

Ad oggi è impossibile stimare in modo preciso come queste trasformazioni potranno cambiare l’economia e quali impatti avranno per i mercati. La nostra aspettativa è che la crescita economica si mantenga sostenuta per alcuni anni grazie alla combinazione di crescente produttività, stimoli fiscali, maggior redistribuzione e ingenti investimenti per contrastare i cambiamenti climatici. I tassi d’interesse dovrebbero rimanere cronicamente bassi, vicini o addirittura inferiori all’inflazione. Per questo preferiamo il mercato azionario che, al di là di shock temporanei, dovrebbe offrire anche una parziale protezione contro l’inflazione.

 

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