Asset allocation, come comportarsi di fronte alle tensioni geopolitiche

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di Redazione 15 Febbraio 2022 | 09:31

A tenere banco in questi giorni sui mercati finanziari è l’escalation dei rapporti tra Usa e Russia sull’Ucraina. Le diplomazie sono al lavoro, ma ovviamente resta da capire quanto sia forte l’interesse degli USA verso un compromesso, visto che la loro economia difficilmente sarebbe direttamente colpita da una escalation. Nessuno al momento è in grado di prevedere quali opzioni Mosca stia considerando e quale possa essere la probabilità di realizzazione di ciascuna. Sono convinto che un’invasione russa su larga scala non sia lo scenario principale e che non sia nemmeno l’opzione preferita da Putin: avrebbe poco o niente da guadagnare, ma molto di più da perdere.

A oggi le opzioni più probabili sembrano essere: 1) quella un compromesso di qualche tipo con successiva de-escalation; 2) un intervento russo molto limitato. In quest’ultimo caso, l’Europa reagirà con nuove, drastiche sanzioni ma probabilmente non ne imporrà l’intera gamma per mantenere aperta l’opzione negoziale. Chiaro che i passi concreti nella direzione di nuove sanzioni dipenderanno dalle azioni concrete di Mosca.

Di conseguenza, qualsiasi previsione per i mercati finanziari che tenga conto delle mosse di Washington e di Mosca è oggettivamente difficile. Posizionarsi per lo scenario peggiore ha infatti poco senso al momento e posizionarsi in anticipo di fronte a tutte le sanzioni, misure e scenari concepibili è ovviamente impossibile.

Su un orizzonte di breve termine, non vediamo tuttavia al momento alcuna ragione per cambiare la nostra valutazione per i mercati finanziari. A meno che non si sviluppi un conflitto militare globale, credo che l’impatto di un confronto militare tra Russia e Ucraina colpirà principalmente le economie e i mercati finanziari della Russia, dell’Europa orientale e dell’Europa in generale.

Le conseguenze dirette per le altre economie e mercati finanziari, si manifesteranno probabilmente attraverso un ulteriore rialzo dei prezzi dell’energia (ricordiamo che gli USA sono indipendenti da un punto di vista energetico). Per quanto riguarda l’Europa, va detto che l’incidenza della Russia nell’import Europeo di fonti energetiche fossili nel 2021 è stata pari al 28% per un controvalore di 56 miliardi di euro. Circa 39 miliardi di questi sono relativi al petrolio (la Russia è il primo partner commerciale dell’UE), 13 miliardi vengono dal gas naturale e circa 4 miliardi dal carbone.

Nell’ipotesi di un qualche intervento militare russo in Ucraina, il prezzo del petrolio probabilmente tenderà a crescere ulteriormente, ma non è chiaro quanto rischio stia scontando ai prezzi attuali. Non mi aspetto però che la Russia riduca drasticamente le proprie esportazioni energetiche, anche perché una riduzione del petrolio russo sul mercato potrebbe facilmente essere colmata dalle capacità supplementari dei paesi OPEC (Arabia Saudita in testa). Più complicata sarebbe invece la fornitura di gas naturale in Europa, il cui prezzo potrebbe aumentare ulteriormente, anche se Mosca ha finora sempre negato di voler risolvere il conflitto a questo livello e inoltre un premio di rischio è già incluso nei prezzi attuali.

Il sentiment dei mercati, già di per se poco positivo per via dell’aumento atteso dei tassi USA, si complica ulteriormente e nemmeno i buoni risultati aziendali sembrano essere considerati. Molti degli indicatori di mercato di trend following sono diventati negativi e si avverte un aumentato stress sul mercato. La stabilizzazione del quadro tecnico richiederà del tempo. Non prevediamo tuttavia un grande crollo del mercato al momento, ma un ulteriore forte aumento della volatilità.

A cura di Antonio Tognoli, Head of Research di Integrae Sim

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