Asset allocation: in attacco schiera il biotech

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di Gianluigi Raimondi 21 Febbraio 2022 | 14:01

L’azionario ha iniziato l’anno sulla difensiva, ma chiunque abbia seguito le vicende delle small e mid-cap biotecnologiche sa che questi titoli si sono posizionati nelle retrovie da molto più tempo. Dal picco registrato nel febbraio del 2021 fino alle prime settimane del 2022, l’ETF SPDR® S&P® Biotech (XBI, un benchmark largamente in uso), ha perso più della metà del proprio valore. Nel frattempo, nello stesso periodo di riferimento, l’indice S&P 500 ha guadagnato più del 12%. Questo gap nella performance relativa, pari a un impressionante -62%, è il più ampio registrato dal 2006, anno di lancio del benchmark XBI.

Numerose criticità sono confluite, penalizzando di fatto il settore: l’incertezza relativa alla riforma dei prezzi dei farmaci in seguito all’esito delle elezioni presidenziali statunitensi del 2020. Imprevisti in ambito normativo e ritardi sul fronte del COVID-19. Un mercato delle offerte pubbliche iniziali (IPO) decisamente su di giri. I contrattempi nelle sperimentazioni cliniche, e più recentemente, la prospettiva che il rialzo dei tassi di interesse possa penalizzare le valutazioni degli asset a lunga duration. In breve, nel 2021 il settore biotecnologico ha dovuto far fronte a una pressione rilevante, e di conseguenza ha ripiegato velocemente.In questo scenario, ecco di seguito la view di Andy Acker, Portfolio Manager di Janus Henderson.

Non crediamo tuttavia che il settore sia destinato al declino. Al contrario, siamo dell’idea che molte azioni biotecnologiche ora siano scambiate ben al di sotto del valore a lungo termine delle loro società sottostanti, creando potenzialmente un’opportunità unica per investire nella rapida innovazione che caratterizza il settore – a prezzi eccezionalmente bassi.

La fine della discesa è prossima?

Occorre una buona dose di coraggio per non fossilizzarsi sulle perdite quando il mercato è in calo. Tuttavia, a partire dal 2006 il benchmark XBI ha guadagnato in media il 53% nei 12 mesi seguenti al punto più basso di un calo del 20% o più, ed è riuscito a sovraperformare l’indice S&P 500 del 25%. Oggi, intravvediamo segnali di una possibile tregua delle criticità che affliggono il settore.

Per esempio, l’amministrazione Biden è al lavoro per nominare un commissario permanente in seno alla FDA; una nomina che rappresenta anche una scadenza chiave che incombe sul 2022. Con l’insediamento del commissario, il processo decisionale dell’agenzia americana per i medicinali dovrebbe risultare più pronosticabile, riducendo al contempo le sorprese al ribasso. Il clima di incertezza che ha avvolto la riforma dei prezzi dei farmaci si è prolungato quando il progetto di legge denominato Build Back Better si è arenato al Congresso a fine 2021.

Tuttavia, pensiamo che i legislatori faranno il possibile per trovare un punto d’intesa entro le elezioni di metà mandato previste a novembre, senza apportare modifiche al progetto oppure integrandolo con proposte avanzate di recente; siamo dell’avviso che, a conti fatti, l’impatto sul settore sarà contenuto. Un mix composto da valutazioni basse e da un settore biofarmaceutico ricco di liquidità potrebbe così innescare nuove fusioni e acquisizioni societarie (M&A).

Nel 2021 l’attività M&A in ambito biofarmaceutico è scesa a uno dei punti più bassi dell’ultimo decennio, fermandosi a 108 miliardi di dollari, rispetto ai 261 miliardi di dollari registrati nel 2019. Pertanto, secondo alcune stime le società a grande capitalizzazione potrebbero avere in cassa una liquidità complessiva pari a 500 miliardi di dollari da mettere a frutto entro la fine del 2022. Finora, il settore ha evitato di condurre operazioni di grossa entità (forse in ragione dei timori legati al vaglio normativo). A fronte di ciò, le società large-cap hanno espresso la loro volontà di privilegiare acquisizioni “complementari” effettuate in direzione di società più piccole e votate all’innovazione.

Per esempio, a metà gennaio la società UCB, produttrice di farmaci per la cura dell’epilessia, ha annunciato l’intenzione di acquisire, mediante offerta pubblica di acquisto, la società Zogenix, produttrice di farmaci per le malattie rare; la transazione è stata pari a 1,9 miliardi di dollari, una cifra che incorpora un premio pari a circa il 70% per le azioni di Zogenix. Grazie a questa operazione, UCB avrà accesso al farmaco Fintepla prodotto da Zogenix, impiegato nel trattamento delle epilessie rare che, proprio come nel caso del farmaco antiepilettico Vimpat prodotto da UCB, si accinge ad essere approvato anche al di fuori dei confini statunitensi. Considerando la presenza di tutta una serie di fattori – ampie riserve di liquidità, valutazioni esageratamente convenienti, tassi di interesse bassi e chiarezza sul fronte dei prezzi dei farmaci – è logico aspettarsi una decisa ripresa dell’attività di M&A nel 2022.

Un piano strategico sensato

Non tutti i problemi del settore biotecnologico sono destinati a scomparire. Quest’anno, la stretta monetaria operata dalle banche centrali è probabile che rappresenti un fattore di criticità per le società ad alta crescita che tuttavia non realizzano ancora degli utili, una categoria questa che include alcuni segmenti del settore biotecnologico. In questo contesto, riteniamo che potrebbero essere ben posizionate le società in grado di generare ricavi o già in fase avanzata nello sviluppo dei propri programmi.

Allo stesso tempo, troviamo alcuni motivi di conforto. Il COVID-19 e la correlata rapida ascesa del growth hanno sovraccaricato i rendimenti nel corso degli ultimi due anni. Con l’auspicio di veder scemare la pandemia, ci aspettiamo che il settore biotecnologico trovi un equilibrio più saldo. Gli eventi clinici dei prossimi 18 mesi potrebbero contribuire a ripristinare la fiducia; tra questi, segnaliamo i programmi di terapia genica per la distrofia muscolare, le terapie con piccole molecole per la malattia di Huntington, e i programmi di immuno-oncologia per il melanoma e per il cancro ai polmoni. Il settore sta inoltre esaminando gli aggiornamenti provenienti da un trio di farmaci che mirano a combattere il morbo di Alzheimer, una svolta che potrebbe rappresentare un’opportunità di mercato dal valore multimilionario. Dati favorevoli potrebbero determinare ricadute positive per il settore biotecnologico – riportandolo così in una situazione vantaggiosa.

 

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