Asset allocation: la view di Mercer per i prossimi mesi

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di Redazione 23 Febbraio 2022 | 16:01

La più grande preoccupazione per gli investitori risiede oggi nella paura che il COVID-19 possa costituire un ostacolo alla ripresa economica. È quanto emerge dalla 19° edizione dell’indagine “Mercer European Asset Allocation”, diffusa oggi in Italia e che ha coinvolto oltre 850 portafogli istituzionali paneuropei di 11 Paesi, per una copertura totale di 1.000 miliardi di euro di asset under management.

Le nuove varianti del virus e una distribuzione geografica non uniforme dei vaccini generano un diffuso timore che l’economia fatichi a ripartire: questa situazione ha generato nelle menti degli investitori la preoccupazione di una correzione dei mercati nel corso dell’anno. A ciò si aggiunge un’ondata di fallimenti societari e uno shock inflazionistico, che sono rispettivamente in terza e quarta posizione nella lista delle principali preoccupazioni degli investitori. Questi rischi sono connessi, dato che una maggiore inflazione porterebbe ad una politica monetaria restrittiva, o addirittura potrebbe portare le banche centrali a commettere errori. Quest’ultimo scenario occupa la quinta posizione nella classifica.

“In Italia” afferma Luca De Biasi, responsabile Wealth di Mercer Italia “è di grande attenzione ormai l’evoluzione dell’inflazione, probabilmente sottovalutata lo scorso anno. Mercer aveva identificato il rischio di una inflazione particolarmente alta già a fine 2020 e suggerito ai propri clienti Istituzionali di costruire per tempo portafogli che in qualche modo potessero resistere all’urto di una inflazione più alta di quanto previsto. In tale ottica utilizzare oro, commodities, inflation linked bond, ma anche esposizione a infrastruttura e real estate, rappresentano un punto di partenza che va però completato con altre scelte di portafoglio coraggiose”.

L’indicazione emersa nel 2020 si legge chiaramente nelle preferenze espresse dagli investitori in termini di costruzione e gestione dei portafogli istituzionali.

Marco Valerio Morelli, ad di Mercer Italia afferma “Questo studio conferma la propria rilevanza, poiché consente di effettuare un confronto tra politiche degli investimenti degli investitori istituzionali italiani nel contesto internazionale. Dallo studio emerge chiaramente la nuova tendenza alla rimodulazione e diminuzione della esposizione su azioni quotate con la diversificazione dei portafogli attraverso investimenti alternativi. Rimane significativa l’integrazione dei rischi ESG nelle decisioni di investimento, con maggiore attenzione sulla tematica ambientale (Environmental)”.

L’indagine Mercer si può considerare tra le più rappresentative fonti di informazione circa le scelte degli investitori istituzionali, per la valenza del confronto e la dimensione paneuropea, così come, per quanto riguarda l’Italia, per la presenza numerica e la rilevanza degli asset under management. Il campione italiano che ha preso parte all’indagine vale infatti circa 80 miliardi di euro (peso dell’8% sul totale dei partecipanti) grazie alla partecipazione di Casse di previdenza (con un peso pari al 26%), Fondi pensione (sia negoziali che pre-esistenti, con un peso pari al 21% del campione) e Fondazioni di origine bancaria (con un peso pari al 53% del campione).

Asset allocation

Di seguito il confronto nelle asset allocation medie dei principali Paesi europei partecipanti alla ricerca.

L’esposizione azionaria del campione italiano totale è superiore a quella europea, attestandosi al 29%, sostanzialmente in linea con il peso dello scorso anno.

In un contesto europeo di allocazioni azionarie in diminuzione, come riscontrato dalla Survey tra il 2006 e 2021, continua la tendenza alla diversificazione all’interno dell’equity, sia a livello geografico che di stile. La presenza dei Paesi emergenti e delle small cap è ormai una presenza costante nei portafogli istituzionali. Rispetto al 2020, nella media europea si osserva un aumento di Istituzionali con esposizioni sui mercati emergenti dal 43% al 52%. In aumento anche la percentuale di portafogli con allocazioni sui titoli a bassa capitalizzazione.

Quest’anno Mercer ha ritenuto importante dedicare un focus sulla possibilità di costruire un’allocazione specifica al mercato azionario cinese. Solo il 15% degli intervistati in Europa ha dichiarato di voler considerare un’allocazione a questa asset class.

Su questo tema Luca De Biasi commenta: “Un elemento chiave di questo risultato può essere ricondotto alla tematica del de-risking e della diversificazione attraverso gli investimenti alternativi, che ha quindi portato la maggior parte degli investitori istituzionali in Europa a una riduzione dell’esposizione azionaria. Un altro elemento è l’idea comune secondo la quale, per ottenere esposizione all’azionario cinese, siano sufficienti dei mandati sui mercati emergenti globali, aventi come riferimento un benchmark con una significativa allocazione a titoli cinesi offshore. La nostra opinione al riguardo è che questo approccio sia sub-ottimale e che mandati dedicati all’azionario cinese onshore sarebbero in grado di cogliere in primis una diversa composizione del mercato cinese domestico più incentrata sui consumi interni e con una prevalenza rispetto al mercato offshore di società di media e piccola capitalizzazione, ma anche l’esistenza di inefficienze di mercato che consentono a asset manager specializzati di generare alpha. Ovviamente non trascuriamo anche investimenti specifici nel venture capital o nel private equity cinese”.

Più bassa rispetto alla media europea è invece l’esposizione obbligazionaria italiana (32% contro 53%). Le componenti obbligazionarie non tradizionali e/o a crescita, come le strategie Absolute Return Bond e le obbligazioni high yield, rientrano nella componente Alternatives, che, nel caso dell’Italia, è più importante rispetto alla media europea (27% contro 20%).

In media, la presenza di investimenti alternativi nei portafogli europei è ormai quasi equiparabile a quella dell’azionario (si veda figura 1). Due evidenze emergono dallo studio della composizione dei portafogli alternativi:

1) la generale preferenza per il growth fixed income, il cui peso all’interno della componente alternativa è del 42% nel 2021 (36% nel 2020)

2) la minore convinzione verso gli hedge funds, 27% nel 2021 vs 37% nel 2020.

ESG

Oltre alle informazioni sulla strategia di investimento, l’indagine traccia l’integrazione dei fattori Environmental, Social e Corporate Governance (ESG) all’interno del processo d’investimento degli Istituzionali, così come le motivazioni a supporto e le iniziative prese in tal senso. Il confronto tra il campione europeo e quello italiano evidenzia inoltre le peculiarità del mercato nazionale.

“Anche con le difficoltà affrontate durante la pandemia, l’integrazione dei rischi ESG nelle decisioni di investimento rimane un tema rilevante. Il 76% degli Investitori Istituzionali in Europa integra i rischi ambientali, sociali e di governance (ESG) all’interno delle proprie decisioni di investimento, dato in sensibile crescita rispetto a solo quattro anni fa, quando meno della metà dei piani previdenziali considerava le tematiche ESG. In Italia questo dato si aggira intorno al 65%” afferma Luca De Biasi.

Lo studio ha anche analizzato le motivazioni più rilevanti per cui gli Investitori Istituzionali europei stanno sempre più scegliendo di approcciare la costruzione del portafoglio finanziario con una logica più espansiva e svincolata, della quale le tematiche ESG sono parte integrante.

“In Italia il maggiore driver nella considerazione dei fattori ESG è il rischio reputazionale, in misura molto superiore al dato europeo (74% vs. 35% a livello europeo). Il tema reputazionale è leggibile in ottica bidimensionale: da una parte, il rischio per un investitore di “restare indietro” rispetto a una condotta virtuosa intrapresa dai propri peer; dall’altra, il rischio di ritrovarsi in portafoglio posizioni su società che si distinguono in negativo per condotte nocive della sostenibilità ambientale, sociale e aziendale” ha affermato Marco Valerio Morelli.

In Europa, invece, è la pressione regolamentare/normativa pro-sostenibilità – menzionata dal 67% dei rispondenti – il principale elemento a spingere gli investitori a seguire un approccio ESG.

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