Asset allocation: ora le commodity sono davvero essenziali in portafoglio

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di Redazione 1 Marzo 2022 | 14:31

“L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia aggiunge un nuovo e sgradito elemento geopolitico alla sfida dell’inflazione, nonché un ulteriore motivo per reintrodurre le materie prime nel mix di asset allocation“. Ad affermalo sono Erik Knutzen, Chief Investment Officer-Multi-Asset Class e Hakan Kaya, Senior Portfolio Manager Commodities di Neuberger Bermann, che di seguito spiegano nel dettaglio la view.

Anche nel caso in cui questa operazione militare stabilisse rapidamente dei nuovi risvolti sul campo, il che appare improbabile, la risposta politica di infliggere sanzioni di ampio respiro contro la Russia implicano che il relativo impatto economico sia destinato a perdurare nel tempo.

Questa situazione amplifica alcuni importanti aspetti del nostro outlook per il 2022 e il 2023: non solo l’aumento previsto della volatilità economica e di mercato, bensì anche lo spostamento verso un mix tra crescita e inflazione meno favorevole di quello sperimentato nel 2021 e, in effetti, di quello a cui ci eravamo abituati da 20 anni a questa parte. Questa situazione, per gli stessi motivi, contribuisce inoltre ad avvalorare uno dei nostri principali temi sul fronte dell’asset allocation: la necessità di rimettere le materie prime al centro del dibattito.

Un importante fornitore

Il valore dell’export russo ammonta a meno di 500 miliardi di dollari l’anno. Rispetto al commercio globale, il cui valore totale si aggira intorno ai 30.000 miliardi dollari, sembrerebbe trattarsi di una porzione irrilevante.

Quando si parla di materie prime, tuttavia, la Russia è però tra i principali fornitori. Le materie prime rappresentano infatti quasi il 40% delle esportazioni del Paese. Un caso esemplare e controverso in tal senso è rappresentato dal gasdotto Nord Stream 2, prova evidente di quanto una parte sostanziale del fabbisogno energetico europeo sia coperto da quanto proviene dalla Russia. Il Paese è tuttavia anche un grande fornitore a livello mondiale di alluminio, al momento già scarseggiante, nonché responsabile di una quota rilevante delle forniture globali di palladio, platino, nichel e rame. Non va poi dimenticato che Russia e Ucraina sono anche importanti esportatori di grano. Nel corso dei mesi a venire le sanzioni e i disordini potrebbero limitare la fornitura di queste materie prime.

Già prima degli eventi della scorsa settimana, e per svariati motivi, le materie prime rappresentavano un tema importante ai fini dell’asset allocation.

Un anno fa, ad esempio, illustravamo i motivi per cui, storicamente, i prezzi delle materie sono stati in genere correlati all’inflazione. Più di recente abbiamo invece osservato che le materie prime tendono a performare particolarmente bene in contesti caratterizzati da un’inflazione elevata e da una crescita economica bassa o in rallentamento.

Ci attendiamo uno spostamento verso un mix tra crescita e inflazione meno favorevole nel corso dei mesi e degli anni a venire non da ultimo perché, come scriveva Joe Amato la scorsa settimana, le banche centrali si ritrovano nell’insolita posizione di dover inasprire le politiche monetarie in un contesto di riduzione della crescita. Sebbene una recessione negli Stati Uniti continui a non far parte del nostro scenario di base, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia inasprirà con tutta probabilità la situazione sul fronte della crescita e, in misura ancora maggiore, dell’inflazione.

Le materie prime sono altresì esposte al tema più a lungo termine della transizione verso un’economia elettrificata e a zero emissioni nette, responsabile di un’importante pressione inflazionistica di lungo periodo. A nostro avviso, fintanto che l’offerta rimarrà contenuta, e prima che le energie alternative inizino a essere utilizzate su vasta scala, il prezzo delle commodity energetiche tradizionali rimarrà alto. È inoltre probabile che cresca la domanda di metalli preziosi e di quelli industriali, necessari per costruire le infrastrutture per le energie rinnovabili, le batterie e l’elettrificazione alla base di un’economia a zero emissioni nette.

Lo ribadiamo: a causa dell’importanza della Russia per i mercati globali dell’energia, dell’alluminio, del palladio, del platino, del nickel e del rame è probabile che le sanzioni inaspriscano la già crescente scarsità di queste materie prime.

Un conflitto distruttivo

Oltre a determinare un aumento dei prezzi lungo tutte le curve dei futures sulle materie prime, i crescenti squilibri tra domanda e offerta hanno trascinato quasi tutto il relativo mercato in una situazione di backwardation, in cui i contratti a più breve scadenza sono scambiati a prezzi più alti rispetto a quelli con scadenza più lontana. Questo contesto crea un ulteriore incentivo a investire: esso implica infatti che il “rollover” da un contratto a quello successivo per mantenere una posizione a lungo termine generi reddito.

Le materie prime, infine, hanno il potenziale di fungere da importante fonte di diversificazione in una situazione di aumento della correlazione tra andamento delle azioni e delle obbligazioni. Stando ai dati forniti da Bloomberg, dall’inizio di dicembre il Bloomberg Commodity Index è cresciuto all’incirca del 22%. I mercati azionari registrano perdite a doppia cifra. Quelle dell’indice Global Aggregate Bond Index si aggirano intorno al 3,5%.

Non sorprende, dunque, che in occasione della nostra conferenza europea di gennaio, Soluzioni per il 2022, i partecipanti siano apparsi così ottimisti sulle materie prime. Si tratta solo di una delle asset class che, a nostro parere, potranno aiutare a mitigare l’inflazione e a sfruttarla a proprio vantaggio, ma anche di una delle più importanti. Per tutta una serie di motivi, che comprendono il conflitto attualmente in corso in Ucraina, a nostro avviso la tesi dell’importanza di includere le materie prime in un’asset allocation diversificata non ha fatto che rafforzarsi.

 

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