Mercati: inflazione, salari e dollaro alla base della stretta monetaria Usa

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di Redazione 16 Marzo 2022 | 13:32

Nonostante l’ultimo rapporto sull’occupazione negli Stati Uniti abbia evidenziato il fatto che siano stati 12 mesi complessivamente positivi per la crescita dei posti di lavoro (quasi 600.000 in media negli ultimi tre mesi), alcuni temi sembrano preoccupare particolarmente gli investitori. In questo scenariom ecco di seguito la view di Jeffrey Cleveland, Chief economist di Payden & Rygel.

Anzitutto il fatto che la crescita dei salari reali sia negativa, dal momento che, se si guarda al guadagno medio orario del 5% su base annua e lo si corregge all’inflazione, i salari reali risultano effettivamente in calo e questo, nel complesso, non rappresenta un dato positivo per i consumi.

Le curve dei rendimenti a due e 10 anni, inoltre, si sono appiattite e la differenza tra i rendimenti è scesa a meno di 30 punti base. Nei tre o quattro cicli precedenti, l’appiattimento della curva dei rendimenti ha solitamente preceduto un rallentamento economico, così come l’inversione della curva ha solitamente preceduto una recessione. Un altro dato che rende nervosi gli investitori è rappresentato dall’aumento del prezzo del greggio in un breve periodo di tempo, che spesso anticipa l’arrivo di una recessione.

Per quanto riguarda l’inflazione, il quadro è ancora piuttosto preoccupante, con l’inflazione core a livelli elevati che, presumibilmente, continueranno a salire, spingendo i banchieri centrali ad intervenire, quando invece, se avessimo avuto uno shock dell’offerta come quello attuale in qualsiasi altro periodo, con il prezzo del greggio in aumento, sarebbe stato più prudente per la Fed limitarsi ad attendere.

Il tema chiave che dovrà essere affrontato dal meeting della Fed di oggi è quello di un possibile aumento di 25 o di 50 punti base nel mese di marzo. Sembra più probabile che l’aumento possa essere di 25 punti base. Questo significa che, per il momento, l’assenza di pressione sulla crescita salariale potrebbe essere dovuta ad alcuni effetti di composizione e che, in futuro, potremmo assistere ad una nuova accelerazione. Il timore di una spirale inflattiva e salariale sembra per ora ingiustificato alla luce degli ultimi dati.

Anche la ripartizione dei posti di lavoro è importante. Gli impieghi meno qualificati sono quelli che stanno assistendo ad un trend positivo, come dimostrano gli oltre 36.000 posti di lavoro registrati dal settore manifatturiero. Quando si suddivide l’indice dei costi dell’occupazione in fasce, quindi per salari bassi, medi e alti, si nota che sono stati i posti di lavoro meno remunerati a registrare la maggiore accelerazione della crescita salariale negli ultimi dodici mesi. Tuttavia, la domanda di lavoro molto elevata (con 11 milioni di posizioni aperte), a fronte di un’offerta ancora limitata, sta cominciando a determinare un’accelerazione della dinamica salariale anche per i posti di lavoro a con retribuzione medio-alta.

Con i livelli dei prezzi del petrolio più alti dal 2008, l’oro in aumento e il dollaro forte rispetto all’euro, la Fed sembra essere in una posizione più favorevole rispetto alla BCE per avviare un inasprimento della politica monetaria e Powell ha dichiarato l’intenzione di procedere su questa strada nonostante le tensioni geopolitiche. La BCE si trova invece in una situazione diversa, a causa della vicinanza delle tensioni e di livelli di inflazione più contenuti e guidati dall’energia. Inoltre, in Europa non stiamo assistendo ad una dinamica salariale altrettanto forte, quindi sembra più probabile che la BCE sarà molto più lenta nell’irrigidimento della politica monetaria rispetto alla Fed.

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