Asset allocation, azionni Old e New Energy in pole position

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di Redazione 4 Aprile 2022 | 14:31

I principali indici azionari stanno per chiudere un trimestre in territorio negativo e, a livello settoriale, soltanto l’energy sta realizzando un guadagno importante, con il Dow Jones US Energy che segna un +36% circa da inizio anno”. A farlo notare è Giacomo Calef, Country manager di NS Partners, che di seguito illustra nel dettaglio la propria view di mercato.

Lo scoppio del conflitto ha di fatto aumentato le preoccupazioni sul tema dell’energia, che sono presenti già da tempo. Secondo le stime di alcuni analisti, dal 2018 la produzione globale di petrolio è cresciuta meno della domanda, con i membri dell’OPEC che hanno ridotto i target e la Cina che ha incrementato i consumi. Inoltre l’amministrazione Biden, per compensare i problemi di fornitura sui mercati, ha deciso di sbloccare circa un milione di barili di petrolio al giorno dalle riserve strategiche USA per un periodo di sei mesi.

Dal grafico riportato, in particolare, possiamo osservare come il costo dell’energia per le economie occidentali sia cresciuto ininterrottamente dall’inizio della pandemia. Complessivamente il costo di petrolio, gas e carbone, rapportato sul valore del PIL, corrisponde al 4,4% negli Stati Uniti e, in misura maggiore, al 9,1% in Europa. L’Unione Europea, che dipende significativamente dalla Russia, nelle scorse settimane si è mobilitata per cercare delle alternative per quanto attiene alla fornitura di gas. Con riguardo alla Germania, a Marzo il ministro dell’economia tedesco ha annunciato una partnership energetica con il Qatar e un impegno a costruire il primo terminale tedesco per ricevere spedizioni di gas naturale liquefatto (GNL). Negli ultimi decenni il Qatar si è arricchito vendendo GNL soprattutto a Cina, Corea del Sud e Giappone, riuscendo a diventare il secondo più grande esportatore di gas del mondo.

Il Paese del Golfo, inoltre, ha predisposto un piano per aumentare la sua capacità di produzione di gas del 40 entro il 2026. Pertanto, riteniamo che il settore dell’old energy debba ancora essere una parte strutturale di un portafoglio azionario ma, al tempo stesso, deve essere diversificato con la new energy. La prima, da un lato, sarà ancora necessaria nel breve-medio termine, mentre la seconda, dall’altro, rappresenta il futuro dell’economia. Con la pandemia gli investimenti nella transizione energetica, sia pubblici che privati, avevano registrato una forte spinta, con le principali economie che avevano espressamente fissato delle deadline per raggiungere lo “zero netto”. Con il conflitto Russia-Ucraina, allo stesso modo, potremmo vedere un’ulteriore accelerazione. Secondo un report dell’IRENA, ovvero l’International Renewable Energy, le clean energy entro il 2030 potrebbero rappresentare già il 40% del mix energetico e per completare la transizione saranno necessari, su base annuale, investimenti pari a circa il 6% del PIL mondiale.

Primo recupero dell’equity e sell off dell’obbligazionario

I mercati, sia azionari che obbligazionari, avevano già perso molto a causa dell’inflazione e delle sue conseguenze. La guerra ha esacerbato questo mercato “orso”, ma i primi spiragli di una possibile de-escalation hanno aiutato: dal 24 Febbraio, giorno in cui le truppe russe hanno invaso il territorio ucraino, al 31 Marzo, l’indice S&P 500 realizza il +5,6% ($) e l’Euro Stoxx 50 il +1,9% (€). Ma, se da un lato negli ultimi giorni abbiamo visto un primo recupero del comparto azionario (ancora in territorio negativo da inizio anno), dall’altro possiamo osservare come quello obbligazionario stia andando nella direzione opposta.

Obbligazionario vs Azionario

I principali indici azionari stanno per chiudere un trimestre in territorio negativo e, a livello settoriale, soltanto l’energy sta realizzando un guadagno importante, con il Dow Jones US Energy che segna un +36% circa da inizio anno. Lo scoppio del conflitto ha di fatto aumentato le preoccupazioni sul tema dell’energia, che sono presenti già da tempo. Secondo le stime di alcuni analisti, dal 2018 la produzione globale di petrolio è cresciuta meno della domanda, con i membri dell’OPEC che hanno ridotto i target e la Cina che ha incrementato i consumi. Inoltre l’amministrazione Biden, per compensare i problemi di fornitura sui mercati, ha deciso di sbloccare circa un milione di barili di petrolio al giorno dalle riserve strategiche USA per un periodo di sei mesi.

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