Mercati, embargo al gas russo: le possibili conseguenze per l’Italia

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di Redazione 14 Aprile 2022 | 13:29

Come farà l’Italia a sostituire il gas russo se smetterà di importarlo? E quali conseguenze ci saranno per le imprese italiane e per la crescita del Paese? Quali, inoltre, le conseguenze per le tasche delle famiglie italiane? Maurizio Mazziero, fondatore della Mazziero Research ed esperto di materie prime e macroeconomia, fa di seguito il punto della situazione.

“Già in assenza di embargo, l’industria italiana soffriva per via dell’inflazione, – nota innanzitutto Mazziero – Tuttavia oggi gli elementi principali legati al prezzo dell’energia, molto più elevato rispetto a quello dello scorso anno, sono due: da un lato il petrolio, la cui situazione è però meno allarmante, dal momento che solo il 15 per cento circa del nostro fabbisogno è importato dalla Russia, percentuale più facilmente sostituibile con marginali ritocchi di prezzo verso l’alto. Dall’altro il gas, che per circa la metà del nostro fabbisogno proviene dalla Russia, e che ha avuto invece un’impennata spropositata nei prezzi nel giro di un anno siamo passati da 20 a 110 euro a megawattora, con punte di 320. E questo impatta fortemente”.

Come l’Italia può sostituire il gas russo?

Occorre considerare che l’Italia ha un consumo annuo di 76 miliardi di metri cubi di gas. Di questi circa 30 provengono dalla Russia, e vanno sostituiti da forniture diverse. Dall’Algeria otteniamo attualmente intorno ai 23 miliardi di metri cubi e le forniture aumenteranno di altri nove miliardi di metri cubi (entro il 2024). I restanti 20 miliardi di metri cubi arriveranno in parte dall’Azerbaijan attraverso la Puglia, ma si tratta di un massimo di 1,5 miliardi di metri cubi. Dai tre rigassificatori italiani potremmo aggiungere tre miliardi di metri cubi. Se aggiungessimo nuove piattaforme di rigassificazione al largo potremmo avere una decina di miliardi di metri cubi di gas. Resterebbero scoperti circa cinque miliardi di metri cubi di approvvigionamento; ammesso, ovviamente, che il conteggio di cui sopra si realizzi alla lettera. Considerando poi che parte di questo approvvigionamento dovrà essere conferito all’Ue nell’ottica della costituzione di uno stock europeo di gas. Un ulteriore problema, poi, è quello della rete infrastrutturale di distribuzione del gas, che da ovest a est è praticamente tutta da costruire.

In che modo le aziende italiane reagiranno all’aumento del prezzo del gas?

Il punto è che le aziende sono energivore, e la minore disponibilità di gas comporterà inevitabilmente dei costi in aumento. Se pensiamo alla filiera dell’edilizia, l’industria vetraria, del cemento, delle ceramiche utilizzano moltissimo il gas per la produzione, quindi senz’altro subiranno un forte impatto. La differenza la farà il modo con cui le aziende italiane fronteggeranno l’aumento dei prezzi: riducendo i propri margini di profitto, ribaltando sul cliente finale i maggiori costi o riducendo, in ultima istanza, la produzione. Già oggi abbiamo degli esempi di riduzione della produzione, ad esempio nella produzione di fertilizzanti; il che si ripercuote poi sulla produzione alimentare. Lo stesso discorso si può estendere ad ogni settore.

Quale impatto aspettarsi sull’industria edilizia a causa dell’aumento dei costi dell’energia?

L’ aumento dei costi dell’energia si traduce in due modi sui prezzi delle merci: primo, sui maggiori costi di produzione; secondo, sui costi del carburante necessario al trasporto e alla distribuzione. Perché non dimentichiamo che la maggioranza dei beni viaggia su gomma.  Quindi se consideriamo i costi di costruzione edilizia, questi possono aumentare sia per i maggiori costi di produzione in sé, sia per i maggiori costi di distribuzione. Tuttavia non vedo possibilità concrete di un blocco del settore.

Il settore delle costruzioni ha ancora prospettive di crescita?

Senz’altro il settore dell’edilizia rallenterà , alla luce della situazione presente. Tuttavia si tratta di un settore che sta vivendo un buon momento grazie agli incentivi fiscali, quindi è probabile che andrà avanti a soddisfare la domanda di case almeno finchè non inizieranno a scarseggiare i materiali. A quel punto ci potrà essere un rallentamento nella produzione, ma difficilmente un blocco. Diverso è il discorso se parliamo della crescita in generale.

Quali prospettive ci sono per il pil italiano nel 2022?

Mazziero Research ha dovuto rivedere le sue stime di crescita per il primo trimestre, da un +0.3 per cento a un -0.2 per cento (un po’ più ottimista del Governo, che nel Def prevede un -0.5 per cento). Nel secondo trimestre prevediamo un ulteriore calo dello 0,4 per cento il che, con due trimestri di seguito in decrescita, pone l’Italia in recessione tecnica. Probabilmente nel terzo trimestre avremo un recupero che al momento si quantifica in un +0,3%, non sufficiente tuttavia a controbilanciare il calo del trimestre precedente. Situazione comunque subordinata all’andamento del conflitto in Ucraina e agli effetti delle sanzioni alla Russia, nonché allo stato delle importazioni di gas. La forbice di crescita a fine anno varia dallo 0.6 al 3.1 per cento, quindi vediamo un margine molto ampio di incertezza.

Quali saranno i fattori determinanti per la crescita dei prossimi mesi?

La chiave resta l’approvvigionamento del gas: i costi più elevati si ripercuotono infatti sulla bilancia commerciale, in quanto fanno schizzare verso l’alto il valore delle importazioni (energetiche) rispetto alle esportazioni: situazione, questa, che deprime la crescita economica. E va detto che importare gas è necessario anche con la stagione calda, in quanto occorre creare lo stock energetico necessario all’inverno. L’elemento centrale resta quindi la capacità di stoccaggio e, prima ancora, di approvvigionamento di energia da mercati alternativi alla Russia.

Quale, infine, l’impatto della situazione attuale sulle famiglie italiane?

Secondo l’Istat il clima di fiducia nelle famiglie già ora non è positivo, mostrando valori anche peggiori di quelli di inizio pandemia, quando l’incertezza sul futuro era al massimo. Al momento in effetti non tutti gli aumenti si sono ancora trasferiti sul carrello della spesa o sulle bollette, ma si notano particolarmente solo su alcuni prodotti, perché le aziende stanno provando a tamponare la situazione diminuendo i propri margini di profitto. Tuttavia se la situazione dovesse protrarsi un impatto più duro potrebbe dover ancora arrivare.

Cosa si devono aspettare gli italiani nel 2022?

Il problema vero è che, a fronte di un’inflazione che sale alle stelle, i salari restano sempre uguali. E questo aumenta i rischi di stagflazione, ovvero di stagnazione economica in presenza di aumento dei prezzi, perché se il potere d’acquisto cala, calano anche i consumi. A mio parere questo è l’elemento peggiore perché mette un’ipoteca sulla capacità di reagire del nostro Paese. Il sostegno ai salari è un tema annoso e strutturale, e sarebbe stato auspicabile affrontarlo in tempo non di crisi, proprio per avere, ora, la capacità di fronteggiarla. Purtroppo la situazione è esplosa e non resta che sperare che duri poco.

A cura di Idealista.it/news

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