Investimenti, sostenibilità: Regolamento UE utile o dannoso?

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di Redazione 24 Maggio 2022 | 12:29

È tempo di bilanci per la regolamentazione sulla sostenibilità. Sono trascorsi quattro anni da quando la Commissione Europea ha adottato il piano d’azione UE per finanziare la crescita sostenibile, da oltre un anno è entrata in vigore la prima fase del Regolamento relativo all’informativa sulla sostenibilità nel settore dei servizi finanziari (SFDR) e oggi siamo in piena seconda fase. Riflettiamo quindi su come il regolamento ha inciso sul settore dell’asset management fino a questo momento: quali sono gli ostacoli ancora da superare? La nostra capacità di gestire gli asset in modo sostenibile ne esce rafforzata o danneggiata? In questo scenario ecco la view di Masja Zandbergen, Responsabile Sustainability Integration di Robeco.

Dall’integrazione ESG all’impact investing

Cominciamo dagli aspetti positivi. Pensato per finanziare la crescita sostenibile e contribuire così al raggiungimento degli obiettivi climatici dell’accordo di Parigi, il regolamento punta a produrre un impatto positivo. Se è vero che l’integrazione dei fattori ESG (realizzata per motivi puramente finanziari) negli ultimi anni è stata implementata da molti asset manager, l’impact investing concepito in termini di opportunità ESG è ancora applicato a porzioni ridotte dei portafogli di investimento. Il concetto di “doppia materialità” (effetti finanziari e sociali) introdotto dal regolamento costringe il settore a interrogarsi seriamente sull’impatto reale delle proprie attività. Servono maggiori sforzi per mostrare in che modo si stia davvero cercando di fare la differenza. Inoltre, fino a qualche anno fa le restrizioni in tema di ESG, emissioni di carbonio e sostenibilità in generale venivano comunicate ai clienti, ma spesso non rientravano nella documentazione ufficiale dei fondi o nei contratti di investimento. Oggi il regolamento garantisce che gli asset manager implementino davvero ciò che dichiarano in termini di investimento sostenibile e che lo mettano formalmente per iscritto.

Parità di condizioni

Pian piano, la regolamentazione sembra creare pari condizioni per l’investimento sostenibile nel settore dell’asset management. Sta generando un vero “balzo” innovativo, con gli asset manager leader della sostenibilità costretti a trovare modi sempre nuovi per distinguersi nella folla. Il che implica scelte strategiche e proattive. Secondo noi, i vincitori del settore la faranno da padrona, aggiudicandosi la fetta più consistente della torta. E non avranno difficoltà ad attirare giovani talenti, visto che le nuove generazioni sono più sensibili a queste tematiche.

Ancora non si sa esattamente cosa renda sostenibile un investimento

Finora abbiamo parlato degli aspetti chiaramente positivi. Ci chiediamo però se la regolamentazione getti davvero luce sull’oscurità di certi acronimi della sostenibilità. Definire le attività economiche che contribuiscono ai singoli obiettivi di sostenibilità è una buona idea, così come la prima parte della Tassonomia Verde della UE e gli indicatori di Principal Adverse Impact sono chiari e sensati. Tuttavia, oggi la tassonomia definisce meno del 5% delle attività economiche e i dati a riguardo sono mancanti o qualitativamente scadenti. Per altri aspetti del regolamento, tra cui buona governance, investimenti sostenibili e astensione da pratiche dannose a livello sia ambientale che sociale, ognuno ha sviluppato un approccio personale. Di conseguenza, finché le definizioni non inizieranno a convergere, l’investitore finale continuerà a paragonare le mele con le pere.

Un’impresa da equilibristi

Dobbiamo assicurarci che l’implementazione di questo importante regolamento non ci impedisca di finanziare la crescita sostenibile, che resta l’obiettivo primario della legislazione. Dobbiamo continuare a fare ricerca, sviluppare soluzioni di investimento innovative, collaborare con i clienti, con la concorrenza, con le ONG e con gli esponenti del mondo accademico, in modo da spronare al cambiamento. In conclusione, siamo convinti che la regolamentazione spinga l’industria non solo verso una maggiore trasparenza e comparabilità, ma anche verso pratiche migliori. Ciò che si misura (e soprattutto si rendiconta), viene anche messo in pratica.

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