Investimenti: ecco perchè puntare su prodotti essenziali

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di Redazione 7 Luglio 2022 | 13:01

Per anni si è ritenuto che il QE avrebbe fatto salire i prezzi di beni e servizi, oltre che dei titoli sui mercati finanziari. Ora che l’inflazione è realtà, ci si rende conto che essa non è tanto la conseguenza di un eccesso di moneta a costo zero che circola nel sistema ma di ciò che consumatori e aziende hanno fatto con questo fiume di soldi.

In questo scenario, ecco di seguito la view di Jacob de Tusch-Lec, gestore del fondo Global Equity Income di Artemis Investment Management.

La liquidità è affluita in aree come il metaverso, la logistica dell’ultimo miglio, le auto a guida autonoma e le piattaforme di streaming.

Oggi posso farmi consegnare a casa un piatto di pasta appena cucinato entro 15 minuti dall’ordine, scegliendo tra una serie di aziende multimiliardarie che forniscono questo servizio, senza peraltro realizzare profitti.

Gli investimenti nelle infrastrutture online che hanno reso possibile tutto questo hanno penalizzato gli impieghi in agricoltura, infrastrutture ed energia, settori economici relativamente noiosi, sporchi e inquinanti ma che svolgono un ruolo fondamentale per il nostro tenore di vita, per il funzionamento della società e persino per tenerci vivi.

La carenza di investimenti in questi settori spiega in parte perché, mentre non ci vuole molto per farmi arrivare la pasta a casa, pagando meno del costo reale della consegna, il prezzo del grano necessario per produrla costa un occhio della testa.

Cum grano salis

L’impennata del 50% subita dai prezzi del grano quest’anno è stata attribuita all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, grazie al fatto che la prima copre il 19% delle esportazioni mondiali di quel prodotto e la seconda il 9%. C’è da dire però che i prezzi tendevano già al rialzo prima che scoppiasse la guerra, visto che erano già saliti del 30% nel biennio precedente al 2020. La guerra ha semplicemente accelerato le tendenze in atto.

Idem per i prezzi dell’energia. La relazione fra domanda e offerta significa che, da un punto di vista storico, un aumento dei prezzi del petrolio attira capitali (investitori istituzionali, speculatori, governi dei mercati emergenti, ecc.) per lo sviluppo di infrastrutture e per l’aumento della produzione nel settore, innescando un processo che inevitabilmente riporta i prezzi giù. Comunque, il disimpegno degli investitori istituzionali ha frenato l’impeto di nuovi investimenti nel settore petrolifero e del gas, rendendo più difficile una risposta dal lato dell’offerta. Un’ulteriore sfida è data dal fatto che le società petrolifere (e, se è per questo, i governi del Messico, del Brasile o dell’Arabia Saudita) non sanno quale sarà la domanda di petrolio nei prossimi 10 o 15 anni, dato che le auto elettriche sono una parte sempre più consistente delle vendite di automobili. È difficile impegnare capitali per lo sviluppo di progetti che spesso cominciano ad essere redditizi dopo anni, se non decenni.

A parte l’aumento dei costi di trasporto del grano, questo contesto ha già avuto un impatto sui costi di coltivazione dello stesso, dato che la produzione di fertilizzanti usa circa l’1% dell’energia globale.

Con la fine del QE alle porte, e con il conseguente drenaggio della liquidità dall’economia (e con l’inflazione che drena soldi dal nostro portafoglio), viviamo in un mondo che ci pone di fronte a scelte difficili alla luce delle priorità incombenti.

All’interno delle famiglie, per esempio, si decide se è necessario avere Netflix, Disney+, Amazon Prime e Apple TV tutti insieme. Questi lussi stanno vivendo una fase che gli economisti definiscono di elasticità dei prezzi. Improvvisamente stiamo tutti più oculati, specialmente in un momento in cui i prezzi di molti di questi servizi online – che prima erano quasi gratuiti – stanno subendo degli adeguamenti dettati dall’esigenza delle società che li offrono di fare più attenzione agli utili e di non essere semplicemente aziende in rapida crescita impegnate nella creazione di nuove categorie.

Con l’inflazione che non accenna a rallentare, le nuove priorità finanziarie dovrebbero influire anche sulle decisioni di investimento. Ciò mi ha portato a ragionare sulla piramide dei bisogni di Maslow.

Una gerarchia dei bisogni

Lo psicologo americano Abraham Maslow era figlio di immigrati ebrei fuggiti dalle persecuzioni a Kyiv all’inizio del XX secolo, quando la capitale ucraina faceva parte dell’impero russo.

La piramide da lui concepita presenta ai livelli inferiori i nostri bisogni fisiologici (fame, sete, calore e riposo), di sicurezza e di protezione. Questi sono conosciuti come bisogni primari. Ai livelli superiori ci sono poi i bisogni psicologici (appartenenza e stima) mentre al culmine della piramide ci sono i bisogni di auto-realizzazione (diventare le persone che vogliamo essere). L’articolo in cui propose la sua teoria fu pubblicato durante la Seconda Guerra Mondiale, quindi non sorprende che stesse pensando alle priorità.

In un momento come quello attuale è quanto mai opportuno orientare gli investimenti verso società che soddisfano i nostri bisogni primari.

Una parte dei miei investimenti è dedicata al settore dei trasporti marittimi. Per molti anni le società di navigazione hanno visto i loro margini erodersi e i loro servizi sviliti da una feroce concorrenza. Oggi queste società sono rinvigorite. Le difficoltà logistiche che hanno contribuito a far salire l’inflazione hanno anche evidenziato il ruolo fondamentale dei trasporti marittimi. Se si trasportano scarpe da ginnastica Nike dalla Cina agli USA, l’incidenza dei costi di trasporto sul prezzo al dettaglio – siano essi di 20 centesimi o di 1 dollaro – è irrilevante. Se non arrivano a destinazione, i prodotti non valgono niente. Improvvisamente queste società stanno godendo dei benefici dell’anelasticità dei prezzi e possono imporre aumenti dei noli e contratti a più lungo termine, invece di operare nel volatile mercato spot.

Investimenti bottom-up

Archer-Daniels-Midland trasforma e trasporta prodotti agricoli ed è un ottimo esempio di società che trae vantaggio dalle mutate condizioni. È il maggiore operatore al mondo di prodotti alimentari e di materie prime agricole. Infine, fa arrivare gli alimenti sulle nostre tavole in maniera rapida ed economica, anche se non tanto economica quanto prima.

Un altro esempio di società che contribuisce a soddisfare bisogni primari è la società farmaceutica tedesca Bayer, che produce semi geneticamente modificati oltre che erbicidi, fungicidi e insetticidi. Questo aspetto in particolare è oggetto di critiche ma la realtà è che senza questa tecnologia le rese crollerebbero e ci sarebbe carestia. Con l’avvento del cambiamento climatico, le sementi resistenti alla siccità di Bayer diventano una questione di vita o di morte per tante persone in India e in Cina.

Potremmo inoltre aggiungere – e li aggiungiamo – operatori di servizi di pubblica utilità (PPL), supermercati (Tesco), produttori di birra popolare (Molson e Coor) e società del settore della difesa (BAE Systems) in questa parte della piramide. Queste società decisamente industriali sembrano improvvisamente più interessanti. Non ne ho mai detenute così tante. I flussi di capitale che ritornano nei relativi settori dovrebbero portare molti benefici a queste società, nonché a consumatori e investitori.

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