Mercati, tra supply chain cinese e inflazione globale

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di Redazione 16 Agosto 2022 | 11:15

A cura di Carol Liao, China Economist e Allison Boxer, US Economist di PIMCO

Dopo mesi di interruzioni legate al COVID, l’economia cinese sembra essere sulla via della normalizzazione. A giugno, il conteggio dei nuovi casi giornalieri di coronavirus si è stabilizzato attorno alle centinaia di persone. Un numero maggiore di persone sale su aerei e treni, il traffico autostradale interurbano è tornato ai livelli precedenti l’epidemia e il traffico cittadino è di nuovo congestionato.

A giugno la produzione industriale ha mostrato segnali di ripresa per la prima volta da febbraio, in quanto i centri produttivi sono usciti dal lockdown, la produzione è aumentata e i ritardi relativi alle catene di approvvigionamento sono diminuiti. L’indice dei responsabili degli acquisti del settore manifatturiero (PMI) ha superato la soglia di 50, entrando in territorio espansivo, e la produzione industriale è aumentata del 3,9% su base annua (a/a). In particolare, le esportazioni cinesi di giugno sono cresciute al ritmo più veloce degli ultimi cinque mesi, indicando la tenuta della catena di fornitura manifatturiera del Paese.

Il governo cinese ha dato priorità alla produzione e alla consegna delle esportazioni. A dire il vero, la solidità delle forniture cinesi al mercato globale dei beni è stata ripetutamente messa alla prova dal 2020 dalle ondate di COVID, dai blackout e dalle crisi geopolitiche regionali, il tutto senza grossi intoppi. Con la normalizzazione della catena di approvvigionamento interna cinese, le pressioni sul lato dell’offerta dovrebbero attenuarsi. Inoltre, la debolezza della domanda interna ha aiutato la Cina a tenere sotto controllo l’inflazione e l’inflazione dei prezzi alla produzione (PPI) si è attenuata negli ultimi mesi. Questo, insieme al deprezzamento dello yuan all’inizio del secondo trimestre del 2022, ha portato a una moderazione dell’inflazione dei prezzi delle esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti.

Considerato l’indebolimento della domanda nei mercati sviluppati e i crescenti rischi di recessione, in futuro non riteniamo che la catena di approvvigionamento del Paese rappresenti un grosso problema per l’inflazione a livello globale, nonostante la continua incertezza legata al COVID.

Inoltre, mentre la Cina ha intensificato gli stimoli per sostenere la spesa per le infrastrutture, le prospettive del mercato immobiliare rimangono cupe, attenuando la domanda cinese di materie prime globali. Pertanto, è improbabile che la Cina diventi un fattore decisivo per l’inflazione globale.

Anche negli Stati Uniti la ripresa della catena di approvvigionamento sembra essere iniziata, grazie a una combinazione tra lo spostamento delle preferenze dei consumatori verso i servizi, un rallentamento della spesa complessiva e un aumento dei livelli di scorte. Ciò si è tradotto in una riduzione dei ritardi nei porti, in un aumento della capacità di trasporto e in un calo dei prezzi dei trasporti. Il rapporto scorte/vendite per settori come le merci generiche, i beni per la casa, l’elettronica domestica e i negozi di forniture per l’edilizia, che rappresentano le principali categorie di esportazioni cinesi negli Stati Uniti, si è normalizzato. Anche l’inflazione dei prezzi delle importazioni dalla Cina si è attenuata negli ultimi mesi.

Nonostante questi segnali di miglioramento delle catene di approvvigionamento, l’inflazione dei beni negli Stati Uniti ha recentemente subito una nuova accelerazione. La continua accelerazione dell’inflazione al dettaglio – nonostante il recente rallentamento della spesa e l’allentamento delle pressioni sulla catena di approvvigionamento – suggerisce che l’inflazione potrebbe essere più radicata di quanto si pensasse. Sebbene ci siano ancora motivi per pensare che l’inflazione dei prezzi dei beni alla fine si modererà, stiamo anche assistendo alla trasmissione di fenomeni inflazionistici ad altre categorie.

Negli ultimi mesi la shelter inflation, che deriva dai costi alloggiativi basati sugli affitti all’interno dell’ICP, è aumentata notevolmente e i rischi geopolitici continuano a far temere per le prospettive dei prezzi delle materie prime. Ne risulta che i rischi di inflazione sembrano essere passati dall’essere guidati principalmente dalle catene di approvvigionamento e dai colli di bottiglia della Cina a un insieme più ampio di settori che tendono a essere più rigidi, meno sensibili all’azione politica della Fed e più difficili da da sostituire per i consumatori. Ciò aumenta il rischio che eventuali ulteriori sorprese al rialzo dell’inflazione siano accompagnate da un rallentamento più marcato dei consumi.

Nel breve periodo, interruzioni alla catena di approvvigionamento globale potrebbero persistere, nonostante la continua ripresa della Cina. Interruzioni dovute alla guerra in Europa e agli scioperi in alcuni importanti mercati potrebbero ancora rappresentare un rischio per le catene di approvvigionamento globali. Disagi nelle forniture di cibo ed energia stanno già stimolando l’inflazione globale, ma i crescenti rischi di carenza di gas e il relativo razionamento in Europa potrebbero aggravare le difficoltà della catena di approvvigionamento se le fabbriche fossero costrette a chiudere per garantire forniture energetiche sufficienti per le famiglie. L’inflazione potrebbe rimanere elevata, contribuendo ad aumentare il premio al rischio.

A più lungo termine, vediamo crescere i rischi di deglobalizzazione e di frammentazione dei mercati dei capitali. Il peso della Cina nella catena di approvvigionamento globale potrebbe ridursi nel tempo, in quanto il governo statunitense sta cercando di ridurre la dipendenza dell’America dalla massiccia base produttiva cinese per merci, pezzi di ricambio e materiali di ogni tipo.

Queste tendenze potrebbero aumentare le inefficienze economiche e incrementare le pressioni inflazionistiche negli anni a venire, inducendo molti investitori a concentrarsi sulla costruzione di portafogli resilienti.

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