Investimenti: perché vendere è più difficile che comprare

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di Redazione 19 Agosto 2022 | 16:01

Aveva ragione Benjamin Graham, il padre del value investing, quando più di 70 anni fa disse: Il peggior nemico dell’investitore è molto probabilmente sé stesso. Da allora, un gran numero di ricerche ci ha insegnato che il processo decisionale dell’uomo è inficiato da pregiudizi comportamentali frequenti e persistenti, che portano a decisioni finanziarie sbagliato”. Ad affermarlo è Frank Thormann, Portfolio Manager, Multi Regional Equities di Schroders, che di seguito spiega nel dettaglio la view.

Il cervello umano non si è evoluto per prendere decisioni finanziarie

La moderna neurologia cerebrale ha dimostrato che l’emozione della paura viene elaborata in modo molto diverso dal sentimento opposto dell’esuberanza, in quanto ciò avviene in una zona diversa del cervello. Di conseguenza, il modo in cui gli esseri umani pensano alle perdite (finanziarie) differisce da come pensano ai guadagni, portando a un processo decisionale non ottimale.

Avversione alle perdite, ovvero il rischio di concentrarsi sul passato recente

Questo ci porta al nostro primo pregiudizio, che vede gli investitori vittime della cosiddetta “avversione miope alle perdite”. Si tratta della tendenza a lasciare che la storia delle performance molto recenti influenzi la valutazione del rischio di un investimento. Se un investimento ha subito un recente calo di valore ed è ora in perdita, questa perdita innesca una risposta di paura nel cervello dell’investitore, che a sua volta conclude che l’investimento è molto più rischioso di un investimento analogo in guadagno. Questa naturale paura di realizzare una perdita porta la maggior parte dei gestori di fondi a mantenere una posizione in perdita molto più a lungo di quanto sia razionalmente giustificato.

Pregiudizio di disponibilità, o preferenza per le soluzioni più facili

Il cervello umano ha sviluppato dei meccanismi per ridurre un mondo estremamente complesso in decisioni facili. Un esempio è il “pregiudizio di disponibilità”, secondo il quale nei processi decisionali complessi non consideriamo tutte le alternative allo stesso modo, ma saltiamo rapidamente a quelle che ci vengono in mente per prime. Come consiglio per migliorare la propria performance, gli investitori dovrebbero porsi sempre la stessa domanda, indipendentemente dalla motivazione della vendita: quale titolo del mio portafoglio presenta il peggior rischio/rendimento nel periodo a venire?

Il pregiudizio di conferma, o i pericoli dell’eccessivo ottimismo

Una buona dose di ottimismo umano è preziosa in molti aspetti della vita. Ma non quando si tratta di prendere decisioni razionali. La nostra innata tendenza a credere di essere nel giusto offusca il nostro pensiero in maniera significativa. Una volta presa una decisione di investimento, ci siamo convinti dei suoi meriti e ci siamo impegnati a portarla avanti. Sfortunatamente, questo significa che abbiamo una forte tendenza a interpretare i dati successivi come favorevoli alla nostra premessa iniziale. Questo “pregiudizio di conferma” rende molto probabile che ci sfuggano informazioni importanti che contrastano con le nostre convinzioni. Per cercare di superare il bias di conferma, può essere utile incaricare un osservatore neutrale di raccogliere i dati negativi. Oppure fare una “pre-mortem”, cioè un’analisi esplicitamente incentrata su come si presenterebbero i dati nel caso in cui le cose andassero male.

I pregiudizi cognitivi influenzano tutti gli aspetti della vita

Sebbene questo articolo si sia concentrato sul processo decisionale nel settore finanziario, le sue conclusioni e lezioni possono essere applicate anche a molti aspetti della vita quotidiana. Ad esempio, un ingegnere insoddisfatto potrebbe non essere disposto a cambiare carriera a causa delle innumerevoli ore di formazione già investite. Questo potrebbe essere un processo di pensiero molto simile a quello di un gestore di fondi che si rifiuta di vendere un investimento in perdita a causa dell’avversione alle perdite. In entrambi i casi, l’individuo rifiuta di affrontare il fatto che si è commesso un errore in passato (noto come “fallacia dei costi sommersi”). Nel tentativo di salvare la faccia, cerchiamo di convincerci che, aspettando, le cose miglioreranno. Ma raramente gli errori si risolvono da soli mentre noi guardiamo dall’altra parte.

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