Asset allocation: rischia meno chi investe nelle aziende leader del clima

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di Redazione 25 Agosto 2022 | 15:01

“Quando si tratta di investire nell’ambito del cambiamento climatico, c’è la tendenza a pensare alle società che facilitano la transizione verso un futuro a bassa intensità di carbonio. Tali aziende forniscono prodotti, servizi e tecnologie essenziali per la riduzione delle emissioni future. Ma sta prendendo piede anche un altro importante tema di investimento, che riguarda i cosiddetti leader del clima. Società che, indipendentemente dal settore di appartenenza, ambiscono ad acquisire una posizione di leadership nella riduzione delle emissioni di gas serra”. A farlo notare è Simon Webber, Lead Portfolio Manager, e Isabella Hervey-Bathurst, Global Sector Specialist, di Schroders , che di seguito spiega la view nei particolari.

A nostro avviso, le aziende che stanno guidando il processo di decarbonizzazione potrebbero essere dei buoni investimenti per 3 motivi. Vantaggi in termini di costi: questo perché i costi di inquinamento aumenteranno per via del rincaro dei permessi di carbonio o dell’incremento della carbon tax, e anche i costi di compensazione delle emissioni diventeranno più onerosi; effetto rete: le aziende che intendono ridurre le emissioni complessive cercheranno fornitori che ne condividono impegno e ambizioni, creando così un circolo virtuoso in cui essere leader del clima aiuterà ad attrarre nuovo business; minori rischi: la decarbonizzazione preventiva delle attività consentirà ai leader del clima di minimizzare i rischi legati a interventi governativi volti a regolamentare e tassare le emissioni di gas serra.

I leader del clima minimizzano i rischi

L’evoluzione della normativa su ambiente e clima riguarda un’ampia gamma di aree, tra loro molto diverse, come dimostrano le seguenti leggi e azioni legali recentemente approvate: la messa al bando della plastica mono uso nell’Unione Europea; il progressivo stop della produzione di auto con motore a combustione in numerosi Paesi (in Norvegia già dal 2025); la messa al bando degli scaldabagno a gas nelle case di nuova costruzione nel Regno Unito dal 2025 – norme analoghe in numerose nazioni europee; le cause legali intentate dagli Stati USA contro compagnie petrolifere per il cambiamento climatico; la vittoria nella battaglia legale contro Shell, con obbligo per l’azienda di accelerare la riduzione delle emissioni.

Tali esempi danno un’idea dei rischi normativi e legali in cui incorrono le aziende che continuano a inquinare e a generare emissioni dannose. Il rischio legato agli “stranded asset” o asset incagliati o inutilizzabili riguarda in particolare le società che producono combustibili fossili, ma interesserà sempre più anche asset datati e/o obsoleti, non allineati a un’economia net zero. Sono considerati asset inutilizzabili tutti i beni soggetti a svalutazioni o deprezzamenti prematuri a causa dei cambiamenti associati alla transizione energetica. Ad esempio, alcune società hanno investito in impianti di produzione del petrolio che non potranno mai operare regolarmente o che dovranno essere chiusi prima del previsto a causa delle leggi volte a ridurre le emissioni.

Il real estate è un’altra area esposta a rischi elevati. Le società del settore sono soggette al rischio fisico derivante dal cambiamento climatico e dall’innalzamento del livello dei mari. In molti casi sono richiesti ulteriori investimenti per conformarsi a normative sempre più severe in materia di energia e di emissioni, che riducono di fatto la vita utile degli immobili di qualità inferiore.

Anche l’industria marittima e dell’aviazione hanno asset molto datati e probabilmente dovranno affrontare un nuovo ciclo di investimenti per eliminare i beni a emissioni elevate in conformità con la legislazione sulla decarbonizzazione.

Rischi di questo tipo possono nuocere tanto alla reputazione di un’azienda quanto alle sue finanze. Dopo lo scandalo “dieselgate” nel 2015, Volkswagen si è data molto da fare per recuperare la sua immagine e oggi è uno dei principali produttori di veicoli elettrici. La vicenda è costata al gruppo oltre 32 miliardi di euro in risarcimenti, multe e spese legali.

Le azioni legali legate al clima rappresentano un rischio sempre maggiore per le aziende, in particolare per quelle più vulnerabili al cambiamento climatico, che non riescono a gestire i rischi ad esso connessi o che millantano valori ecologici non corrispondenti alla realtà dei fatti (greenwashing). Nel 2021 un tribunale olandese ha stabilito che i piani climatici di Shell erano insufficienti e ha imposto alla società dei nuovi target minimi per la riduzione delle emissioni, estromettendo parzialmente il management (e gli azionisti) dalla definizione della strategia aziendale. Di recente la Bank of England ha fatto notare che dal 2015 le azioni legali sul clima a livello mondiale sono raddoppiate.

Il gap tra aspirazioni net zero e realtà dei fatti

Abbiamo già osservato un forte incremento delle iniziative nazionali volte a contrastare il cambiamento climatico. Ora si stanno moltiplicando anche gli impegni assunti dalle singole aziende che adottano strategie per la decarbonizzazione delle loro attività e filiere. Tuttavia, come mostra il grafico che segue, in tutti i settori le aziende che hanno adottato obiettivi net zero sono ancora una minoranza. Mirare a net zero significa tagliare le emissioni di gas serra quanto più possibile, fino ad azzerarle. Per contenere il riscaldamento della temperatura terrestre entro 1,5°C (come stabilito dall’Accordo di Parigi sul clima) occorre ridurre le emissioni del 45% entro il 2030 e arrivare a zero entro il 2050.

Le normative diventeranno sicuramente più stringenti dal momento che il cambiamento climatico è una problematica sempre più grave. Le società che non riposizioneranno il proprio business e non adotteranno misure volte ad azzerare le emissioni nette rischiano di restare indietro a causa di prodotti e tecnologie obsoleti. Per contro, le aziende che hanno già assunto impegni e mosso i primi passi verso la decarbonizzazione saranno meglio posizionate di fronte all’inasprimento delle normative e all’incremento dei costi di compliance. Distinguere fra leader del clima e ritardatari è a nostro avviso fondamentale per cogliere il potenziale di rendimento degli investimenti nel cambiamento climatico.

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