Risparmio gestito europeo, i nodi da sciogliere

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di Redazione 26 Agosto 2008 | 14:00
La crisi del gestito non è solo italiana, ma coinvolge tutti i paesi europei. Evidenziando grossi errori di “timing”. La grande fuga dai prodotti azionari è iniziata con lo scoppio della bolla subprime.

L’industria del risparmio gestito sta attraversando un momento di difficoltà, in tutta Europa. Chi credeva che l’Italia fosse l’unico paese a registrare un andamento della raccolta negativo dovrà ricredersi: la raccolta totale del risparmio gestito del vecchio continente nel primo trimestre del 2008 è stata negativa per 31,34 miliardi di euro. Solo 7 dei 21 paesi monitorati dall’associazione Efama, che riunisce le “Assogestioni” europee, hanno chiuso il primo trimestre dell’anno con un saldo positivo.

L’Italia però si aggiudica il primato negativo contribuendo in larga parte alla brusca frenata dell’industria europea: -20,95 miliardi di euro. Ben 7 miliardi in più rispetto alla Spagna, altro paese che sembra in preda ad una vera e propria crisi del risparmio gestito (-13,4 miliardi di raccolta nel primo trimestre del 2008, -11,76 miliardi nel quarto trimestre del 2007, ndr).
Ma, cifre alla mano, il problema risparmio gestito sembra essere ormai una questione europea. Sempre secondo i dati diffusi da Efama i fondi comuni hanno perso in tre trimestri 131 miliardi di euro (100 dei quali negli ultimi due trimestri del 2007, ndr).  Le principali perdite hanno riguardato i fondi azionari che in sei mesi hanno registrato un saldo negativo per 102,1 miliardi di euro. Solo l’industria svizzera e ungherese hanno chiuso il periodo con un saldo positivo, pari rispettivamente a 636 e 239 milioni.
 
Gli altri paesi sono tutti affetti dalla stessa malattia: la voglia di liquidità che ha spinto il grosso degli investitori verso i prodotti monetari. A livello europeo questa tipologia di fondi ha registrato una raccolta netta, nel primo trimestre del 2008, pari a 82,44 miliardi. Ma in questo caso il primato spetta alla Francia con un saldo di raccolta per i monetari superiore ai 36 miliardi.
L’inefficiente allocazione temporale dei portafogli denunciata nel corso di un incontro con la stampa dal presidente di Assogestioni Marcello Messori sembra, quindi, valere non solo per l’Italia. Messori, osservando l’andamento della raccolta di fondi azionari e obbligazionari tra il 1990 e il 2007 ha evidenziato come gli «afflussi nei fondi aperti si siano rivelati in tutti questi anni non coerenti con l’andamento del mercato». 
 
E così se si raffronta l’andamento del DJ Broad Europe Stoxx Index tal 2001 a marzo 2008, con l’andamento della raccolta dei fondi nell’industria del risparmio gestito europea emerge la stessa non coerenza. Dallo scoppio della crisi dei mutui subprime dell’estate scorsa a oggi è iniziata una vera e propria fuga dai prodotti azionari. Mentre i picchi di raccolta si sono registrati nei momenti di maggior rialzo dell’indice. Tutta l’Europa compra quando i prezzi sono ai massimi e vende quando sono ai minimi.


Anche sul fronte patrimonio lo scenario dell’industria europea del risparmio gestito non risulta entusiasmante. Secondo i dati diffusi da Efama e relativi al primo trimestre del 2008 l’asset under management totale dell’industria dei fondi del Vecchio Continente è passata dai 7.940 miliardi di fine 2007, ai 7.380 miliardi di marzo 2008, registrando un calo del 7,1%. Questa volta, il prima negativo non spetta all’Italia ma all’Inghilterra che ha perso circa il 20%, passando dai 796,9 miliardi di dicembre agli attuali 645,4 miliardi. L’industria nostrana si è limitata a un -8,6%, passando da quota 353,7 a quota 323,3 miliardi. 
 
Numeri che dimostrano, ulteriormente, le difficoltà di un settore, e, dall’altro, l’esistenza di una cattiva tendenza a voler dirottare gli investimenti dei risparmiatori (non solo italiani) verso strumenti più liquidi e, in molti casi, meno opaci. E su questo fronte arriva anche l’appello rivolta alla comunità europea a intervenire da parte del commissioaro Charlie McCreevy. Nel corso di un suo intervento sui prodotti di investimento per il mercato retail, McCreevy, lo scorso 15 luglio, ha denunciato l’eccessiva diffusione di prodotti opachi e non-performanti, volti a sostituire l’investimento in più trasparenti fondi comuni. 
 
«In molti casi i rischi associati a questi prodotti – ha dichiarato McCreevy – non sono trasparenti ed evidenti per gli investitori retail. Dobbiamo intervenire per evitare che gli investitori vengano dirottati su investimenti inappropriati e sotto-performanti a causa della loro opacità, o la cui distribuzione è favorita da distorti incentivi e da cattive pratiche di vendita». Problematiche, queste ultime, che travolgono in maniera diretta l’Italia, soprattutto in tema di incentivi alla distribuzione. E su questo fronte proprio Messori ha ribadito nell’incontro con la stampa del 17 luglio la sua critica agli eccessivi costi di distribuzione che coprono circa il 70% delle commissione, erodendo il guadagno delle SGR e l’andamento dei fondi. 
 
Ma ad oggi le uniche novità su questo fronte hanno riguardato le gpf, e sono state determinate da un’imposizione dall’alto (la MiFID). Se l’appello all’autonomia delle SGR indicato dal Gruppo di lavoro promosso da Banca d’Italia, e indicato nel rapporto diffuso il 18 luglio, non sarà accolto spontaneamente, per assistere a un cambiamento dello scenario attuale dovremo, probabilmente, aspettare un altro intervento dall’alto. Magari dello stesso commissario europeo McCreevy. 

* articolo tratto dal numero di agosto del mensile ADVISOR

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