Asset allocation: ecco come posizionarsi dopo le parole di Powel

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di Redazione 30 Agosto 2022 | 15:01

In un discorso durato circa otto minuti durante l’incontro annuale di Jackson Hole, il Presidente della Federal Reserve (Fed) Jerome Powell ha colto di sorpresa i mercati. Nelle ore successive l’indice S&P 500 è sceso di oltre il 3% e le borse hanno aperto anche questa settimana in negativo; la reazione da parte dei mercati obbligazionario e valutario è stata invece più misurata.

In questo scenario, ecco di seguito la view di Matteo Ramenghi, Chief Investment Officer di UBS WM Italy.

Powell ha lanciato alcuni avvertimenti agli investitori: ridurre l’inflazione avrà un impatto negativo sull’economia e porterà a «un periodo prolungato di crescita al di sotto del trend di medio termine», creando «qualche difficoltà per famiglie e imprese». Inoltre, il Presidente della Fed ha insistito sul fatto che non ci si debba aspettare un ammorbidimento della politica monetaria, come invece era stato ventilato da alcuni osservatori in seguito alle comunicazioni dello scorso mese.

Powell ha ricordato la capacità dell’inflazione di autoalimentarsi, soprattutto quando porta a un incremento delle retribuzioni, e ha indicato che verranno mantenute condizioni monetarie restrittive fino a che l’inflazione non sarà scesa al di sotto dei livelli di guardia.

Messaggi così duri non sono venuti solo dalla Fed: le principali banche centrali, compresa la Banca centrale europea (BCE), indicano che sono pronte ad accettare un impatto economico negativo pur di riportare l’inflazione sotto controllo.

Ciò che non sappiamo è come reagiranno le stesse banche centrali in caso di peggioramento degli indicatori economici: manterranno condizioni monetarie restrittive come dicono? Oggi i governi sono allineati alle banche centrali nell’auspicare rialzi dei tassi e mitigare i timori d’inflazione delle famiglie, ma se l’occupazione dovesse peggiorare non è detto che questa posizione rimarrebbe invariata.

Per il momento, il mercato del lavoro rimane robusto nelle principali economie. Almeno in parte ciò è dovuto alla crescita dei servizi, che si stanno riprendendo dopo la pandemia, e al settore delle costruzioni, che ha beneficiato del buon andamento del mercato immobiliare. Si tratta di motori che potrebbero però rallentare nei prossimi mesi.

Ci aspettiamo che la Fed aumenti i tassi d’interesse di un punto percentuale per la fine dell’anno e che la BCE vada nella stessa direzione. In questo contesto, i mercati resteranno volatili e le valutazioni sul mercato azionario potrebbero risultare meno interessanti via via che il rallentamento economico e i prezzi delle materie prime eroderanno la redditività. Nei segmenti più rischiosi del credito si potrebbe anche assistere a un aumento dei default.

Rispetto ai valori attuali (prendiamo come riferimento l’indice statunitense S&P 500 e l’indice globale MSCI AC World) vediamo un modesto potenziale di rialzo degli indici azionari per la fine dell’anno. In una fase così incerta e con i mercati in balia di elementi difficilmente prevedibili come il costo dell’energia, la guerra in Ucraina e le politiche economiche in Cina, abbiamo un approccio selettivo.

La combinazione di tassi più alti ed elevata inflazione favorisce i titoli cosiddetti value (cioè aziende in settori stabili, con un rapporto prezzi/utili non elevato) e quelli che distribuiscono buoni dividendi oltre ai settori difensivi, come la farmaceutica e i beni di prima necessità.

Per quanto riguarda le obbligazioni, mediamente i rendimenti dei titoli di Stato sono a livelli che non si vedevano dal 2018. Non si possono escludere nuove impennate, ma nel passato investire con rendimenti simili ha consentito di ottenere buoni ritorni a medio termine. I titoli di Stato di elevata qualità rappresentano anche un buon parcheggio per la liquidità e un cuscinetto in caso di recessione.

Alle posizioni difensive si può aggiungere anche il franco svizzero che, oltre al suo tradizionale ruolo di bene rifugio, potrebbe beneficiare di un atteggiamento particolarmente determinato della Banca nazionale svizzera nel controllo dell’inflazione.

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