Asset allocation, dollaro: quattro motivi per cui il picco è vicino

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di Redazione 9 Settembre 2022 | 15:01

All’inizio di settembre, il dollaro USA era salito ai massimi di 20 anni rispetto a un ampio paniere di valute dei mercati avanzati ed emergenti. In particolare, ha guadagnato molto rispetto all’euro e allo yen giapponese. Il cambio EUR/USD è sceso al di sotto della parità (1,00) e la coppia USD/JPY è salita fino a circa 140. Il rialzo del biglietto verde riflette diversi fattori.

La Federal Reserve degli Stati Uniti ha intrapreso un ciclo di rialzo dei tassi aggressivo e anticipato, che ha fatto schizzare in rialzo i rendimenti statunitensi a breve scadenza, importanti dal punto di vista ciclico. I tassi obbligazionari a due anni sono passati da appena lo 0,75% di inizio anno a circa il 3,50%. Il dollaro si è apprezzato anche perché ha visto una maggiore domanda a seguito dell’impennata dei prezzi delle materie prime, per lo più denominate in dollari. Infine, negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno continuato a registrare una forte crescita dei posti di lavoro, che ha dato sostegno all’atteggiamento aggressivo della Fed nei confronti dei tassi.

Tuttavia, riteniamo che il dollaro Usa stia raggiungendo la fine della sua tendenza rialzista e potrebbe essere in procinto di toccare un massimo pluriennale”. Ad affermarlo è Peter Kinsella, Global Head of Forex Strategy di UBP, che di seguito illustra nel dettaglio la view.

Le ragioni sono molteplici

In primo luogo, la dinamica dell’inflazione statunitense sembra aver raggiunto il picco e i dati sull’inflazione congiunturale non sono più in continuo aumento. Anche gli indicatori prospettici dell’inflazione hanno iniziato a calare: i costi di spedizione e di trasporto sono diminuiti in modo significativo, segno che le tensioni della catena di approvvigionamento si stanno allentando.

I rivenditori al dettaglio negli Stati Uniti hanno segnalato scorte molto ampie, il che significa che potrebbero essere costretti a scontare aggressivamente i prodotti nei prossimi mesi, con conseguente disinflazione dei prezzi dei beni. Una conseguenza di questo è che la Fed non dovrà aumentare i tassi oltre i livelli già prezzati, il che significa che il dollaro USA non godrà della spinta di alcuna sorpresa positiva sui tassi d’interesse.

In secondo luogo, la curva dei rendimenti statunitense, che cattura il rapporto tra i tassi di interesse a breve e a lungo termine, è ora fortemente invertita. Questo è normalmente un affidabile predittore di un’imminente recessione e il rallentamento della crescita economica statunitense normalmente frena le forze di apprezzamento del dollaro. Storicamente, l’inversione della curva dei rendimenti è un forte segnale che il dollaro sia vicino ai picchi ciclici.

In terzo luogo, le metriche di valutazione standard dimostrano che il dollaro è decisamente sopravvalutato. Secondo la maggior parte delle metriche prese in considerazione dagli analisti valutari, il dollaro appare incredibilmente caro. Queste valutazioni elevate saranno difficili da giustificare in un contesto di rallentamento della crescita e delle dinamiche inflazionistiche.

In quarto luogo, il deficit delle partite correnti degli Stati Uniti, che avrà un ruolo significativo nel determinare la velocità e l’entità del futuro deprezzamento del dollaro, è ora in procinto di raggiungere livelli superiori ai mille miliardi di dollari. Si tratta di un deficit colossale da gestire in tempo di pace, che diventerà una fonte di vulnerabilità per il dollaro nei prossimi mesi e trimestri. I grandi squilibri delle partite correnti sono un segno sicuro di disallineamento dei tassi di cambio. Le valute sopravvalutate inducono i consumatori ad acquistare eccessivamente i beni stranieri, e questo è stato certamente vero per il dollaro negli ultimi anni.

In conclusione, siamo convinti che il dollaro USA si stia avvicinando al suo picco e che probabilmente si indebolirà in misura modesta su una base ponderata verso la fine dell’anno.

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