Asset allocation: attenzione a una possibile Lehman nelle utility

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di Redazione 12 Settembre 2022 | 16:01

La crescita dei prezzi del gas e l’alta volatilità sui mercati hanno scosso le compagnie fornitrici di energia più di quello che si possa pensare“.A farlo notare è Giacomo Calef, Country manager di NS Partners, che di seguito spiega nei particolari la view.

Sebbene il dibattito pubblico sia concentrato sugli utili molto alti di alcune compagnie, ancora poco si discute del fatto che, in Europa, molte società che producono energia elettrica, utilizzando il gas, sono costrette a chiedere aiuto ai governi, nel tentativo di assicurarsi linee di credito aggiuntive e di gestire così una potenziale crisi di liquidità.

Nel Vecchio Continente, ad esempio, grandi aiuti sono già stati concessi alle utilities di diversi paesi come: la tedesca Uniper per circa 11 miliardi di euro, ma anche la finlandese Fortum (2.3 miliardi) e la svizzera Axpo (4 miliardi di franchi).

Quali sono, dunque, le motivazioni di questi prestiti? Le società di fornitura di energia elettrica, solitamente, cercano di coprirsi dai movimenti al ribasso dei prezzi del gas, negoziando sui mercati finanziari dei prodotti derivati chiamati futures, generalmente assumendo posizioni corte, fissando così il prezzo. Tuttavia, sul mercato, può succedere che le quotazioni del sottostante incomincino a salire. In questo caso, la controparte con cui è stato siglato il contratto inizia a richiedere di accantonare una determinata quantità di liquidità come garanzia, la quale cresce all’aumentare del valore del sottostante. La società è dunque obbligata a versare tale corrispettivo se vuole mantenere la posizione aperta, che altrimenti verrebbe chiusa, cristallizzando così una perdita.

Un evento analogo era accaduto all’indomani delle dichiarazioni dell’OMS che aveva classificato il Covid-19 una pandemia mondiale. In quell’episodio i mercati mondiali avevano subìto un tracollo del 30-40%, correlato ad un forte aumento delle richieste di copertura per i derivati sull’azionario, che raggiunsero il 300%. In gergo tecnico tali richieste di liquidità aggiuntive vengono chiamate margin calls, i cui incrementi sul mercato energetico, iniziati lo scorso anno, sono ben visibili nel grafico sopra riportato.

Con i prezzi del gas decuplicati nel giro di un anno e con quelli dell’energia cresciuti del 250%, a causa delle continue interruzioni delle forniture da parte di Mosca, si iniziano a temere le conseguenze di una crisi di liquidità. Infatti, il colosso norvegese Equinor ha stimato in 1500 miliardi di euro il capitale necessario a salvare le compagnie del settore energetico. Per questo motivo non manca chi ha affibbiato al fenomeno l’appellativo di un “Lehman” delle utilities.

L’importanza dei salari nel contrastare l’inflazione

I prezzi del petrolio, del gas naturale, delle materie prime, dell’elettricità e dei cereali sono diventati parte della nostra vita quotidiana nel corso del 2022. Tuttavia, alcuni di questi sono scesi significativamente rispetto ai picchi di aprile e maggio, come il prezzo del Brent che è crollato del 25% dall’inizio di giugno a oggi.

Allora perché i mercati e le banche centrali sono ancora molto preoccupati per l’inflazione? La risposta potrebbe essere rappresentata dai salari, specialmente negli Stati Uniti. Se analizziamo la componente di costo di beni e servizi, gli stipendi, negli USA, rappresentano la voce più influente, anche più delle materie prime. L’aumento dei salari spinge l’inflazione ed erode i margini aziendali.

Osservando il grafico sopra riportato, possiamo notare che la retribuzione oraria media negli Stati Uniti, su base annua, è cresciuta del 5,20% al 31 agosto e l’indice del costo del lavoro è aumentato del 5,1% al 30 giugno. Inoltre, gli aumenti salariali tendono ad essere tra le componenti più durature dell’inflazione: una volta che i salari crescono, ci vuole un po’ di tempo per convincere sindacati e dipendenti ad accettare redditi inferiori.

Perché i salari crescono così velocemente? La prima e più ovvia ragione è che i lavoratori vorrebbero mantenere il loro reddito, in termini reali, invariato. Il secondo motivo è che la domanda di lavoratori è molto alta negli Stati Uniti, con un’economia ancora in espansione da quando sono finiti i lockdown. Infatti, nel grafico si può notare che le offerte di lavoro sono alte e molte aziende sono disposte ad assumere nuovi lavoratori.

Ricordiamo che con un tasso di disoccupazione attuale del 3,7%, tecnicamente, gli Stati Uniti stanno lavorando a pieno regime, considerando che la FED stima la piena occupazione al 4%. La terza ragione va ricercata nel fenomeno della “Great Resignation”, il quale si riferisce al gran numero di dimissioni verificatesi negli Stati Uniti durante ultimi 2 anni. Dunque, un tasso di partecipazione al mercato del lavoro più basso ha creato una mancanza di offerta, per cui le aziende sono costrette ad aumentare i salari per attirare i lavoratori. La paura del Covid, i programmi sociali generosi e le persone disposte ad andare in pensione prima sono le ragioni citate per spiegare questo tasso di partecipazione più basso. In sintesi, l’evoluzione dei salari è fondamentale per controllare l’inflazione, mantenere bassi i tassi d’interesse e mantenere i margini aziendali a livelli elevati.

Per il momento, la stretta della FED diminuirà la domanda di lavoratori, ma è necessario un miglioramento sul lato dell’offerta per poter tornare a una crescita dei salari del 3% circa, che sarà più coerente con l’obiettivo generale della FED di un’inflazione intorno al 2 per cento.

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