Il ritorno all'azionario non è vicinissimo, però…

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di Manuela Tagliani 25 Agosto 2008 | 14:00
Il calo del prezzo del greggio e della domanda penalizzano il comparto delle commodity, ma consentono qualche ottimismo, in una fase nella quale l’aumento dell’inflazione è una realtà e non un timore. La grande liquidità disponibile per ora va sull’obbligazionario a breve, ma non è detto che con il chiarirsi degli scenari ci possa essere un ritorno evidente sull’azionario, per ora caratterizzato da una grande rotazione settoriale.Sul reddito fisso continuano a essere preferiti i tassi variabili e le scadenze brevi.

Agosto per quanto mese tradizionalmente illiquido e volatile, ha avuto tuttavia un andamento a nostro avviso razionale.
Caduto il petrolio conseguentemente ad un diffuso timore di uno squilibrio, questa volta sul lato dell’offerta, ha recuperato il dollaro che tra l’altro ha beneficiato di un deficit commerciale sensibilmente inferiore alle aspettative.
In settimana entrambe le asset class hanno consolidato; i traders preferiscono infatti prendere profitto in attesa di capire il comportamento della maggiore parte degli investitori, al ritorno dalle vacanze estive.
Questi ultimi troveranno un mercato molto diverso da quello che avevano lasciato a fine luglio e, in alcuni casi, potrebbero essere stati nel mese severamente penalizzati in termine di performance.
E’ perciò probabile un ulteriore consolidamento per verificare se i nuovi fondamentali sono mantenibili.
JC non vede nei prossimi mesi grandi alternative ad un calo della domanda di prodotti petroliferi a livello mondiale e soprattutto ad un ulteriore restringimento del deficit commerciale negli Stati uniti.
Di conseguenza il movimento successivo alla attuale e momentanea fase di consolidamento potrebbe essere per entrambe le asset class ancora contrario al trend di fondo degli ultimi anni.
Come alternativa al petrolio potrebbe essere interessante il gas naturale, che è stato particolarmente penalizzato nelle ultime settimane.

I dati macroeconomici in settimana hanno evidenziato soprattutto prezzi alla produzione sensibilmente più elevati delle attese sia negli Stati Uniti che nell’eurozona.
E’ importante verificare a nostro avviso gli stessi dati per settembre e ottobre, che dovrebbero incorporare a pieno il calo dei prodotti petroliferi in atto.
Le materie prime in genere hanno continuato a soffrire, sulla falsariga dei petroliferi.
In molti casi (oro, platino, coloniali…) i prezzi ci sembra ritornati sostanzialmente in equilibrio. I nostri favoriti rimangono zucchero e caffè, cui aggiungeremmo il penalizzatissimo palladio.

Gli indici azionari in settimana sono stati sostanzialmente deboli, anche se contraddistinti da una enorme rotazione a livello settoriale.
Gli indici statunitensi hanno continuato a performare meglio di quelli europei.
A questo punto è possibile che nel breve questo trend possa invertirsi, soprattutto a fronte di un eventuale movimento rialzista.
Preoccupa tuttavia il PIL negativo nel secondo trimestre in diversi paesi dell’eurozona, per cui continueremmo strategicamente a preferire nell’asset allocation (anche per motivi valutari) Asia e Stati Uniti.
Direzionalmente gli indici rimangono incerti, con gli investitori che non riescono a ricomprare con decisione i finanziari (troppe svalutazioni potenziali ancora da fare); scotta tuttavia l’abbondante liquidità non investita.
La componente di liquidità in mano ai fondi e alle famiglie infatti è altissima.
In parte andrà in titoli obbligazionari a breve termine, ma considerando che ora le commodities attraggono di meno e che le obbligazioni a lungo termine sono rischiose per via della spinta inflazionistica, volendo semplificare rimane l’equity.
Di conseguenza non appena il mood negativo dovesse almeno in parte stemperarsi, non saremmo sorpresi di vedere un sostanzioso rimbalzo degli indici azionari.
Nel frattempo prevale, a indici sostanzialmente fermi, una continua rotazione settoriale.

Infine il reddito fisso che beneficia dei timori generalizzati di rallentamento della congiuntura economica.
Il decennale è tornato al 4,1% nell’eurozona e al 3,84% negli Stati uniti.
Agli attuali livelli saremmo cauti, soprattutto sul decennale statunitense, considerati il livelli dei prezzi al consumo.
Da preferire ancora tasso variabile e scadenze brevi sul reddito fisso.

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