I derivati tengono sotto scacco Milano

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Avatar di Marco Mairate 22 Settembre 2008 | 11:00
Mentre negli Stati Uniti le banche (ree di avere venduto milairdi di dollari di titoli spazzatura a investitori e amministrazioni) stanno risarcendo i contribuenti (pagando multe salatissime), in Italia la bomba ad orologeria dei derivati venduti ai Comuni passa in secondo piano. Dopo l’impennata del rischio delle ultime settimane, il Comune di Milano si trova sempre più esposto verso i contratti in essere, cosa che desta la preoccupazione di Davide Corritore (nella foto).

Passano i mesi ma l’attenzione mediatica verso i problemi finanziari delle casse del Comune di Milano continua ad essere bassa. Non calano invece le perdite che l’amministrazione potrebbe dover affrontare sui derivati in carico al comune che, in base a quanto riportato dal Corriere della Sera, sono passati da 300 a 370 milioni di euro.

A pesare sui conti del Comune questa volta sono le banche emittenti dei derivati; banche che hanno visto i prezzi dei Cds (credit default swap) sul loro debito salire fortemente in queste settimane di passione. In particolare, riporta sempre il Corriere della Sera, il CDS delle prime quattro banche che hanno sottoscritto derivati con il Comune e di Milano (Deutsche Bank, Jp Morgan, Defpa Bank e UBS) è salito in media dall’1,08% al 2,40%. Ancora peggio se la passa UBS, il cui indice di ‘fiducia’ espressa dal CDS si è impennato di tre volte.

A lanciare l’allarme, ancora una volta, è il Partito Democratico capeggiato da [p]Davide Corritore[7p], secondo cui bisogna agire e in fretta per evitare ulteriori perdite.

Mentre dall’amministrazione non arrivano nuovi commenti, lo scorso aprile la Corte dei Conti aveva cercato di stemperare i timori ma senza nascondere un certo grado di apprensione. In particolare la Corte ha espresso la necessità di monitorare costantemente l’andamento del mercato di riferimento e ha espresso dubbi “sulla efficacia delle garanzie del pegno, costituito presso le medesime banche arrangers”.

Dopo l’allarmante moria di banche negli Usa, il pericolo di una crisi sistemica dei comuni italiani (che hanno fatto largo riscorso ai derivati per reperire mezzi finanziari) sempre più vivo che mai. Dopo il caso di Catania che sarebbe pronta a dichiarare default sotto il peso di 870 milioni di debiti (in questo caso però i derivati non centrano ma solo una cattiva gestione delle risorse), tutte le amministrazioni che hanno fatto ricorso ai derivati si espongono ad un elevato rischio a causa delle tensioni nel mercato del credito.

Secondo quanto riportato dal Tesoro lo scorso ottobre, dal 2002 al primo semestre 2007 sono stati circa 900 i derivati firmati da 525 enti locali (459 Comuni, 45 Province, 17 Regioni e quattro Comunità montane).

Di questi 151 sono stati stipulati tra gennaio e il 30 giungo del 2007. Secondo fonti di Bankitalia, inoltre, alla fine di agosto, il market to market (il valore di mercato) dei derivati in carico agli enti locali era in rosso di 1.055 milioni di euro. Di questa cifra, due terzi delle perdite (non ancora verificatesi) è in carico ai Comuni, un quarto della cifra alle Regioni e il resto nelle casse delle Province.

Il motivo di un tale successo di questi prodotti sta nella necessità di reperire risorse da parte dei comuni e nelle illusorie soluzioni proposte dalle banche emittenti.  Gli Interest rate swap, infatti, per le amministrazioni degli enti erano una soluzione tangibile per ristrutturare il debito dell’amministrazione, attraverso il prolungamento della scadenza (anche oltre la fine del mandato), limare i tassi di interesse pagati e in molti casi ottenere subito un anticipo sul capitale preso a prestito.

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