Investimenti: le preoccupazioni potrebbero sminuire il fascino degli asset Usa?

Il debito pubblico USA ammonta a circa 33 mila miliardi di dollari ed è previsto superare il 122% del PIL alla fine del 2023. Secondo l’FMI la tendenza nei prossimi anni è di ulteriore crescita, arrivando a toccare il 136% del PIL nel 2028. Lecito quindi domandarsi chi siano i detentori del debito. Anche perché questo potrebbe in qualche modo condizionare la politica monetaria futura.

Partiamo dal 2013, quando il vicegovernatore della Banca Popolare cinese disse che non era più a favore della Cina accumulare riserve in valuta estera, segnando di fatto l’inizio di una tendenza al ribasso nelle partecipazioni cinesi ai titoli del tesoro USA. Alla fine del 2013, la Cina possedeva più di 1,3 trilioni di dollari in titoli del Tesoro USA, oltre il 23% di tutte le partecipazioni estere. Più recentemente, e negli ultimi 18 mesi, la Cina ha venduto più di 200 miliardi di dollari in titoli del Tesoro.

Nella narrazione secondo cui gli stranieri stanno svendendo titoli del Tesoro/asset USA in generale, occorre comunque ricordare che: sia Euroclear del Belgio che Clearstream del Lussemburgo fungono da custodi offshore dove è più difficile tenere conto dell’attività degli stranieri all’interno del mercato dei titoli del Tesoro;  le partecipazioni estere in titoli del Tesoro USA hanno recentemente raggiunto il record quasi storico di 7,7 trilioni di dollari.

Fonte: Bloomberg

Gli stranieri hanno un portafoglio impressionante e diversificato, comprensivo di obbligazioni di agenzie USA, azioni, beni immobili e altri beni, che funge da voto di fiducia negli Stati Uniti, nel Giappone e nel Regno Unito. Recentemente il Giappone ha acquistato 3,7 miliardi di dollari, arrivando a detenere circa 1.100 miliardi di dollari, mentre il Regno Unito ha acquistato 35,7 miliardi di dollari, arrivando a detenere 698 miliardi di dollari, contribuendo più a compensare il calo di 16,4 miliardi di dollari registrato dalla Cina nel mese di agosto.

La quota degli stranieri in valore assoluto risulti a livelli storici, in termini percentuali questa, pari al 30%, risulta tuttavia in calo. Tra i detentori non stranieri, ricordiamo la FED, che possiede il 18% del debito, ovvero altri 4,7 trilioni di dollari, in calo rispetto al picco di 6,0 trilioni di dollari dovuto al deflusso mensile di 60 miliardi di dollari di titoli del Tesoro attraverso il loro programma di restrizione quantitativa in corso. In agosto sono inoltre proseguiti gli acquisti esteri di società e agenzie statunitensi, con afflussi rispettivamente di 24,6 miliardi di dollari e 14 miliardi di dollari. Tra le azioni, negli ultimi sei mesi di dati del Tesoro, gli investitori stranieri hanno acquistato azioni statunitensi al ritmo più veloce dal 2021.

In conclusione, gli stranieri rappresentano ancora una delle principali fonti di domanda del debito USA. Un fatto importante, soprattutto se si tiene conto del crescente deficit statunitense. Un elenco di preoccupazioni, come il mutevole panorama geopolitico, la polarizzazione della politica statunitense, i danni al rating di credito americano o un preoccupante accumulo di debito, potrebbero sminuire il fascino degli asset USA nel lungo termine.

Crediamo tuttavia che rimangano ottime ragioni per privilegiare gli assets in dollari USA rispetto a quelle non statunitensi comunque in dollari. L’economia statunitense rimane l’economia più grande, più ricca e più competitiva sostenuta dalle aziende. A livello globale, si tratta di una combinazione rara che continua a guidare i flussi verso gli asset statunitensi, sia esteri che nazionali.

A cura di Antonio Tognoli, responsabile macro analisi e comunicazione di Cfo Sim

 

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