Lehman, ma quanto ci costi?

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di Private Banker 30 Settembre 2008 | 16:30
L’11 settembre 2001 è passato alla storia come l’atto terroristico che ha cambiato il mondo, sfociando in guerre e tensioni che ancora non si sono spente. Purtroppo anche settembre 2008 passerà alla storia come il mese che ha cambiato la visione della finanza globale decretando la fine del dominio degli Stati Uniti d’America sulla finanza mondiale.
Il fallimento della banca d’affari Lehman Brothers è, infatti, un durissimo colpo per la credibilità dell’intero sistema mondiale dell’investment banking che aveva come leader indiscusse le banche d’affari americane.
Nomi come Merrill Lynch, Goldman Sachs, Morgan Stanley hanno sempre rappresentato una garanzia di prestigio, efficienza e massima affidabilità.
Dopo il settembre nero della finanza non è più così.
Il governo americano ha dovuto salvare nel giro di poche settimane le società di mutui Fannie Mae e [s]Freddie Mac[/s], oltre al colosso AIG, la più grande assicurazione del mondo, quella che i buoni padri di famiglia americani consideravano il titolo azionario più sicuro, al pari dei BOT. E’ come se in Italia fallissero le Generali, coinvolgendo milioni di famiglie, risparmiatori, aziende, fondi pensione.
Anche in Europa gli scricchiolii sono stati eclatanti, ma la diversa struttura proprietaria dei vari gruppi bancari ha permesso di meglio assorbire il colpo. Ricordiamo il caso di [p]Jerome Kerviel[/p] trader di Société Générale, la grave perdita di Calyon del gruppo Crédit Agricole, per non parlare poi del disastro UBS nell’area investment banking.
L’Italia per il momento non è sotto i riflettori delle insolvenze e degli scandali, anche perché da noi le banche d’affari indipendenti non esitono più, sono state tutte bancarizzate. 
E’ il caso di [s]Euromobiliare[/s], oggi gruppo [s]Credem[/s], di Akros, gruppo popolare di Milano e della stessa Mediobanca che si è lanciata nel retail banking.
Forse è una fortuna che il sistema italiano sia così dominato dai gruppi bancari, ciò consente di assorbire queste tensioni in modo più attutito.
Ma tornando al ciclone Lehman abbiamo conferme che i sistemi di informazione ai risparmiatori italiani attuati dopo il disastro dei bond argentini e della Parmalat è assolutamente inefficace. Infatti, la risposta del sistema politico a quelle difficoltà è stata la burocratizzazione di tutti i processi, l’introduzione di documenti complessi e inutili, l’obbligo di catalogare in modo arbitrario i vari prodotti finanziari.

Il risultato è che i bond emessi da Lehman erano inseriti per Pattichiari
(consorzio di 167 banche italiane promosso dall’ABI e che ha come obiettivo indicare le linee guida per un rapporto più trasparente con il risparmiatore) nella lista dei titoli “a basso rischio”. Le obbligazioni Lehman sono state vendute tranquillamente sia a clienti istituzionali sia a privati. I clienti istituzionali non sono soggetti qualunque, ma lo Stato italiano, il Tesoro, la Banca d’Italia, molti fondi pensione e le tesorerie ultraconservative delle fondazioni bancarie. I clienti retail sono invece i clienti di reti di promotori o di sportelli bancari che hanno venduto obbligazioni o polizze index linked alla loro clientela.

Attenzione a decine di migliaia di clienti.
L’insegnamento che si trae da questa vicenda non è che da domani bisogna tornare a mettere i soldi sotto il materasso, ma che le regole fondamentali del rischio e della conseguente diversificazione vanno riviste in modo ancora più rigoroso. Infatti, si è capito che il rischio emittente esiste, possono fallire o non essere rimborsati anche i titoli emessi dagli stati, le banche non sono a prova di rischio assoluto, i bond sono più pericolosi di quanto si creda e le azioni possono andare a zero in pochi giorni. Tutte cose risapute, ma non veramente percepite come possibili. Da settembre 2008 non è più così.

In futuro sarà sempre piu importante diversificare il rischio emittente, diversificare il rischio valuta, diversificare il rischio strumento finanziario, diversificare il rischio duration dei titoli, diversificare il portafoglio titoli.
Facile da dire, più complesso da realizzare, ma per fortuna c’è ancora chi può salvare il sistema: i consulenti finaziari capaci e i gestori professionali. Sì, perché è in questo momento che i clienti hanno più bisogno di avere al fianco un consulente capace e competente e si ha la conferma che le gestioni collettive del risparmio affidate a professionisti sono più efficienti, meno emozionali, più diversificate e quindi in grado di fare fronte in modo più efficiente alle situazioni di emergenza.
 
Certo una lezione tutti dovremmo impararla e poi metterla in priatica: non è più possibile garantire la liquidità immediata di tutti gli strumenti del risparmio gestito. Questo è stato un plus che per decenni ha permesso a tutti i fondi comuni di investimento di garantire la liquidabilità in pochi giorni ed è considerata una componente essenziale, ma vista l’eterogeneità delle diverse categorie di prodotti finanziari sarebbe opportuno in futuro introdurre normative che limitino tale opportunità per meglio difendere gli interessi di tutto il sistema.
 
D’altra parte se un cliente compra una casa a 100 e il valore va a 70 non vuole più vendere, ma se è convinto di poter vendere comunque e tutti vendono nessuno compra e il valore scende ancora a 30. Perché insistere nel voler vendere se in quella congiuntura il mercato non è liquido? Col tempo, passata la burrasca, il prezzo delle case torna a 100, col tempo…
Dopo i tempi di Lehman e dopo che il terremoto sarà passato bisognerà costruire con basi ancora più solide. 
Nel frattempo paghiamo tutti. 

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