Scontento da fusioni

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di Redazione 3 Ottobre 2008 | 12:30
Dopo esser stato area manager per la rete distributiva della ex-Banca Commerciale Italiana e responsabile per il Triveneto presso Azimut Consulenza, Leonardo Leonardi è stato recentemente nominato responsabile sviluppo area per il Triveneto della rete dei private bankers di Credit Suisse. Un salto stimolante, ma non semplice, per il quarantasettenne padovano che assicura di non aver nessuna intenzione di scatenare una fuga di promotori dal gruppo guidato da Pietro Giuliani.

Cosa l’ha spinta a lasciare il suo incarico in Azimut per Credit Suisse, due aziende apparentemente molto diverse tra loro?
Un cambiamento dopo sei anni è quasi fisiologico nella nostra professione: si cercano nuovi stimoli, nuove opportunità. Ho ritenuto che accettare la proposta di un gruppo di rilievo internazionale come Credit Suisse, con una tradizione e un focus sul private banking potesse essere per me quasi un’evoluzione del percorso professionale. In ogni caso, pur essendo diverse, Credit Suisse e Azimut hanno dei punti in comune: nessuna delle due ha una mentalità basata sulla vendita pura ed entrambe si rivolgono al segmento medio-alto del mercato. Detto questo, conservo per Azimut una profonda stima e riconoscenza per quanto realizzato insieme. Dopo dieci anni in Comit, feci il passo falso Bipielle.Net. Azimut mi diede invece la possibilità di ricollocarmi in modo visibile e mi diede fiducia.
 
Ma quali sono gli elementi che l’hanno spinta ad accettare l’offerta di Credit Suisse?
Oltre al prestigio del brand, ho trovato interessante la posizione che mi è stata proposta: responsabile, per il Triveneto, dello sviluppo dei personal banker. E’ un ruolo importante perché riguarda un’area del paese dove la dinamica della crescita dei patrimoni resta positiva e dove, soprattutto, c’è molto da fare per diffondere tra risparmiatori e professionisti una cultura del private banking. Credo che tutto questo sia difficile da realizzare, ma possibile con il supporto che un gruppo come Credit Suisse può dare. Insomma, una sfida che valeva la pena accettare.
 
Quale sarà, nel dettaglio, il suo incarico?
Lavorerò per far crescere la struttura professionale e quindi interagirò con i personal banker, non con i clienti. 
L’obiettivo è individuare professionisti con le caratteristiche adeguate per esercitare la professione: e non è, evidentemente, solo un problema di portafoglio. L’evoluzione del mercato e dei risparmiatori è sotto gli occhi di tutti e richiede qualità caratteriali e competenze diverse dal passato.
 
E ci sono, secondo lei, sul mercato figure con queste caratteristiche?
La riorganizzazione che ha interessato negli ultimi anni banche e istituzioni finanziarie ha indotto molti professionisti, anche giovani, a ripensare il proprio futuro. Lo spazio quindi c’è: ci sono molti quarantenni con ottima esperienza professionale e orientati al cambiamento che possono essere adeguatamente valorizzati in un gruppo come Credit Suisse. 
 
In termini di obiettivi?
I tempi in cui nel nostro settore si davano i numeri, magari nell’ordine delle decine, sono finiti. Per fortuna. Naturalmente, non si può pensare di esercitare questa professione senza disporre di un portafoglio di clienti con le caratteristiche adeguate a un servizio di private banking. Accanto a obiettivi qualitativi ci sono quindi anche dei minimi di portafoglio e numero clienti. Credo che comprenda la mia riservatezza su quest’ultimo punto.
 
Pensa di portare in Credit Suisse anche ex-colleghi di Azimut?
Mi auguro sinceramente, per il bene della nostra professione, che questa storia della migrazione di uomini da un’azienda all’altra con i relativi mercanteggiamenti finisca al più presto. Azimut è stata una tappa importante del mio percorso professionale. Ora se ne apre un’altra, che intendo compiere con l’impegno che ho sempre messo nel mio lavoro. 

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