Investimenti: il tempo è più prezioso dell’oro nella gestione dei portafogli

I numeri oltre le attese di Nvidia hanno fatto salire l’indice Nasdaq ai massimi storici ma sono poi stati assorbiti dalla grande storia dei tassi e dei pronostici sulle azioni delle banche centrali.

La lettura iniziale del PMI Composite degli Stati Uniti, l’indicatore che tiene conto delle performance del settore manifatturiero e dei servizi, ha infatti mostrato una crescita in maggio a 54,4, oltre le attese e molto superiore al dato definitivo di 51,3 di aprile. E l’attività delle società americane ha registrato la più forte accelerazione degli ultimi due anni e alcuni fattori produttivi hanno avuto una impennata dei prezzi, sintomo tutt’altro che rassicurante.

Ancora una volta così la resilienza dell’economia americana ha fatto crollare le aspettative sulle mosse della Fed. La storia sullo sfondo non cambia, resta prevalente l’ipotesi che la Fed taglierà i tassi quest’anno, ma l’appuntamento con il primo taglio è rimandato in avanti, le probabilità di un taglio dei tassi in giugno sono precipitate a meno del 10%. I mercati hanno però aggiustato le aspettative sul “quando”, non ancora sul “se”, non credono all’ipotesi di un aumento, avanzata da Larry Summers e ripresa da altri; i mercati non sono pronti, se accadesse davvero sarebbe uno shock travolgente. Il clima che prevale è quello dell’ottimismo, non solo nei listini: sui mercati del credito si è ristretto lo spread, le grandi società accedono ai finanziamenti pagando poco più dell’uno percento in più rispetto al tasso “risk free”.

Mette a segno record storici anche il prezzo dell’oro, una corsa che “forse ci sta dicendo qualcosa” annota Katie Martin del Financial Times. I nuovi massimi sono stati alimentati dai trader specializzati in materie prime, dai fondi hedge macro e dagli acquisti delle banche centrali, la Banca Popolare Cinese sopra tutte.

L’oro è il tradizionale bene rifugio contro l’incertezza politica ma, contrariamente a quanto percepito da molti, non è protezione efficiente contro l’inflazione.

Agli investitori andò bene tra il 1973 e il 1979, il valore dell’oro crebbe del 35% distanziando di molto l’inflazione che correva a quasi il nove percento all’anno. Il gioco si interruppe negli anni successivi: tra il 1980 e il 1984 l’oro perse circa il dieci percento mentre l’inflazione media annua si aggirava a 6,5%. Lo stesso tra il 1988 e il 1991, il prezzo dell’oro diminuiva e l’inflazione correva al 4,6%.

L’oro resta invece un efficace strumento di difesa quando si tratta di proteggersi da shock improvvisi o crisi politiche. Vale d’altro canto la pena ricordare che gli ultimi eventi politici, la morte del presidente iraniano, le tensioni tra Israele e gli organismi internazionali, la politica muscolare della Cina nei confronti di Taiwan, non hanno scosso i mercati: il loro ottimismo è alimentato dagli utili delle società, in modo particolare quelle del settore tecnologico. I mercati hanno ancora voglia di salire, l’indicatore “Risk Appetite” di Goldman Sachs è tornato ai valori del 2021 e si sta avvicinando ai massimi del 1991.

In Ucraina, in Medio Oriente e a Taiwan permangono i rischi di escalation, l’inflazione scende con molta lentezza e i banchieri centrali sono intrappolati nella nostra medesima incertezza, le elezioni presidenziali negli Stati Uniti costituiscono a loro volta un fattore di confusione: sono solo alcuni dei possibili motivi per temere una brusca correzione, gli operatori sembrano mitridatizzati all’incertezza radicale, dosi di veleno quotidiane che ottundono la percezione dei rischi.

I mercati cavalcano il “momentum”, ed è cosa buona, ma parte del “momentum” è alimentata dal FOMO, la paura di restare fuori dalla festa, e questa è cosa meno buona. Quando si pattina sul ghiaccio sottile è il caso di ricordare che la volatilità dei rendimenti dei portafogli dipende non solo dalla volatilità del mercato e delle attività nei portafogli, ma anche dal comportamento degli investitori, dalla loro esposizione reale al mercato nel corso del tempo.

“Il tempo è più grande dello spazio” recita una lirica di Josif Brodskij, il tempo è più importante dello spazio anche nella gestione dei portafogli di investimento: la gran parte dei risparmiatori ha imparato a conoscere i benefici della diversificazione geografica, soprattutto coloro che si avvalgono dell’aiuto di un consulente di fiducia. Ma è altrettanto importante la diversificazione temporale, la pianificazione finanziaria per obiettivi che si sviluppa nello scorrere del tempo, il suo scorrere ininterrotto è l’ingrediente necessario per soddisfacenti risultati finanziari.

Uno studio condotto da due ricercatori nel 2019 ha confermato il dato dell’esperienza, la volatilità dei rendimenti degli investitori è superiore alla corrispondente volatilità dei rendimenti delle attività rischiose. La grandezza degli scostamenti varia “da un minimo del 10% a un massimo del 75%, con un aumento sostanziale dell’orizzonte d’investimento”. In altre parole, sono gli investitori a fare le performance, non il mercato.

John Bogle, nella sua saggezza, arriva alle medesime conclusioni dello studio: il rendimento delle azioni, diceva, è il frutto di due componenti, quella relativa ai fondamentali delle società e quella invece che è l’esito delle emozioni, l’euforia o la paura degli investitori.

Non sappiamo quale sarà l’imprevisto ma sappiamo che qualche imprevisto cambierà la narrazione, per i risparmiatori gestire emotivamente l’incertezza è più importante di qualsiasi esercizio previsivo.

Non esistono portafogli invulnerabili alle oscillazioni dei prezzi ma, scrive il professor Paolo Legrenzi, esistono portafogli che diventano anti-vulnerabili quando piuttosto che cercare di evitare i bruschi, ma ineludibili, movimenti del mercato si preparano all’incendio predisponendo opportune barriere tagliafuoco, con la diversificazione e, appunto, con il tempo, più prezioso dell’oro.

A cura di Carlo Benetti, Market Specialist di GAM (Italia) SGR

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