14/9, cambia il mondo

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di Redazione 9 Ottobre 2008 | 08:30
L’11 settembre del 2001 ha cambiato il mondo. Da allora Occidente e Oriente, cristianesimo e islamismo si guardano con reciproca diffidenza. Da allora l’esigenza di tutelare per via militare la sicurezza dei cittadini è diventata prioritaria rispetto a una tradizione millenaria di dialogo e interscambio tra le diverse aree del pianeta.

di Andrea Giacobino

L’11 settembre del 2001 ha cambiato il mondo. Da allora Occidente e Oriente, cristianesimo e islamismo si guardano con reciproca diffidenza. Da allora l’esigenza di tutelare per via militare la sicurezza dei cittadini è diventata prioritaria rispetto a una tradizione millenaria di dialogo e interscambio tra le diverse aree del pianeta. Questo “cambiamento del mondo”, che non può certamente definirsi positivo se visto in chiave attuale e prospettica, è avvenuto sotto il regno di George W. Bush.

Sempre in settembre, sette anni dopo, e sempre sotto l’ultimo scorcio della più funesta presidenza che gli Stati Uniti abbiano mai avuto, il mondo è cambiato un’altra volta. Questa volta la data è la settimana dal 14 al 19 settembre e questa volta si tratta del mondo globale dei mercati finanziari. Dopo che nei mesi scorsi lo stesso Bush, spalleggiato dal presidente della Fed Ben Bernanke e dal segretario al Tesoro USA Henry “Hank” Paulson avevano cercato di “salvare il salvabile”, qualcosa si è spezzato nell’ingranaggio. A un anno dallo scoppio della crisi dei mutui subprime, pur con qualche fallimento registratosi tra banche piccole e medie, i grandi protagonisti di Wall Streeet, i “masters of universe” delle banche d’investimento dalle quali Paulson (ex chief executive di Goldman Sachs) proviene, sono stati “salvati” vuoi pilotandoli tra le braccia di concorrenti interessati (Bear Stearns finita per un tozzo di pane a JP Morgan), vuoi con un intervento pubblico (Fannie Mae e Freddie Mac).
Qualcuno negli Stati Uniti si è, giustamente, indignato. Finché i profitti si privatizzano e le perdite si socializzano come in Italia nello scandaloso “salvataggio” di Alitalia perpetrato dal governo Berlusconi grazie a un gruppo di “imprenditori” in evidenti e macroscopici conflitti d’interesse, nessuno protesta più di tanto. Il “socialismo dei furbetti” fa parte della nostra “migliore” tradizione e non sarà certo un governo sedicente liberista a muoversi controcorrente.
Ma negli Stati Uniti la misura, a un certo punto, era calma o forse serviva solo un capro espiatorio da offrire nell’imminenza del voto per la Casa Bianca. Così a metà settembre, in una giornata, due delle banche d’investimento indipendenti più blasonate sono “sparite”: Lehman Brothers, 158 anni di vita, è addirittura fallita e la 94enne Merrill Lynch è stata rilevata “carta contro carta” da Bank of America. 
Non passavano quarantott’ore e gli stessi Paulson e Bernanke “salvavano” il colosso assicurativo AIG, con un prestito-ponte da 85 miliardi di dollari. 
Altre quarantott’ore e venerdì 19 Paulson annunciava il gigantesco fondo statale che assorbirà gli assets “rischiosi” del sistema e che costerà ai contribuenti americani la “bazzeccola” di 1.000 miliardi di dollari. Il mondo dopo la settimana dal 14 al 19 settembre non sarà più lo stesso. A cominciare proprio dal sistema bancario perché le alchimie finanziarie di prodotti derivati e strutturati e gli utili giganteschi a colpi di assunzione di rischi sempre maggiori praticati dai banchieri d’investimento sono destinati a finire nel libro dei ricordi. Tornano di moda, invece, i forse più noiosi ma certamente più sicuri banchieri “commerciali”, quelli cioè che prendono e prestano denaro e che sulla forza della rete degli sportelli, su un trasparente servizio di consulenza e su un’offerta di prodotti non rischiosi costruiscono un rapporto duraturo con la clientela e profittevole per la loro azienda e per i loro azionisti: come Bank of America e Wells Fargo negli USA, lo spagnolo Santander, la francese BNP Paribas o la tedesca Deutsche Bank che dopo aver scorrazzato nelle praterie dell’investment banking ha comprato a caro prezzo la rete Postbank. 
“Ritorno ai fondamentali” è la nuova parola d’ordine del nuovo mondo bancario nato sulle ceneri di Lehman e Merrill. Una parola d’ordine inevitabile perché è prevedibile che i “regulators”, imponendo nuove regole patrimoniali al sistema, facciano del business del credito un affare a basso rischio e bassa redditività. 
E l’investment banking su scala mondiale? Restano Goldman Sachs e Morgan Stanley, uscite quasi immuni dalla tempesta. Anche per loro, però, è venuto il momento di cambiare: diventano banks holding, cioè tornano ad avere lo status delle vecchie (e sane) banche commerciali. 

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