A cosa servirà questa crisi? (II parte)

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di Redazione 13 Ottobre 2008 | 14:30
La crisi dei mercati finanziari mondiali ha portato alcuni amici e soci Aiaf a fare alcune riflessioni. Ne riportiamo alcune, con la speranza di interessare un pubblico più vasto del solito, sull’onda di questi avvenimenti, perché il buon funzionamento dei mercati finanziari impatta non poco sugli interessi di comunità e di singoli.

Nello scorso appuntamento Giovanni Bottazzi, Malcolm Duncan e Alfonso Scarano si sono occupati dei modelli di riferimento e hanno cercato di individuare gli errori che hanno portato alla crisi.

Ma si vuole davvero correre ai ripari?
E’ incredibile quanti miglioramenti siano avvenuti proprio in seguito allo studio delle cause e degli effetti della crisi del 1929, grazie all’opera di veri geni dell’economia, e così quello si è trasformato in un periodo eccezionalmente fruttuoso per l’avanzamento della scienza economica. Al contrario, temiamo che la crisi attuale non porterà miglioramenti se non si vorrà prendere atto seriamente delle vere cause che l’hanno generata.
Negli anni recenti molto è cambiato per gli operatori, per lo più banche; mi sembra però che sinora i risultati siano poco evidenti per il pubblico che, anzi, mostra vari segni di malessere.
Intanto, in un periodo in cui la cultura finanziaria del pubblico cominciava a formarsi, tanto che il BOT people aveva cominciato a prendere dimestichezza con il listino azionario, è venuta a mancare proprio la spinta in questa direzione. Citiamo un dettaglio apparentemente secondario. Oggi non è più disponibile al pubblico il listino di Borsa in forma cartacea, ossia l’organo autentico di diffusione delle informazioni importanti che dava al pubblico la percezione dell’esistenza di un ente chiamato Borsa. Oggi è disponibile in forma elettronica, valida per i più sofisticati, mentre su supporto cartaceo è in parte sostituito per il pubblico generico dalle tabelle del “Sole” o di “Milano Finanza” o di altri quotidiani; però manca di parti importanti, come gli avvisi al pubblico. Ma se anche un vero listino fosse disponibile al pubblico, avrebbe perduto il suo carattere ufficiale: nel frattempo la Borsa è diventata una società come altre, in concorrenza con altre piattaforme di mercato, create dalle stesse banche partecipanti. Per non dire che manca una media dei prezzi dei vari listini (TLX ed altri), che non si sa più nulla degli scambi di blocchi (pare che occorra visitare circa 70 siti Internet per averne notizia), per non parlare del “fuori Borsa” (o “fuori mercato”). Tutto questo resta solo appannaggio dei grandi operatori.
Quanto ai titoli a disposizione per l’investimento, è vero che sono andati crescendo in numero e varietà, ma non quelli del comparto azionario. Anzi, qui l’attenzione si è progressivamente concentrata sui titoli maggiori, quelli compresi negli indici sintetici sui quali si opera con i derivati, a scapito dell’interesse per i titoli minori, che spesso cadono in una situazione di apatia simile al limbo.
In un decennio la Borsa privatizzata ad azionariato bancario è diventata anche la vetrina di esposizione dei prodotti bancari più diversi, come si nota dalla composizione del listino. Alla fine agosto 2008, per quanto riguarda il listino azionario e dintorni, le azioni di società quotate alla Borsa Italiana sono 373, e ci sono poi 15 convertibili e 13 warrant, oltre a 270 obbligazioni ordinarie. Ma i titoli quotati di emissione indiretta, ossia emessi da intermediari per lo più bancari, sono numericamente in enorme prevalenza: 4.497 securitised derivatives, fra cui moltissimi covered warrant, 268 ETF e 47 ETC.
Oggi la Borsa tradizionale appare come irretita negli interessi degli intermediari. Negli anni ’80 la Borsa aveva promosso robustamente il finanziamento dell’economia, tramite frequenti operazioni di aumento di capitale con emissioni azionarie a pagamento, tanto che l’argomento era riportato con grande rilievo dalle cronache finanziarie. Qui stava il collegamento tra l’attività borsistica ed il tessuto economico e sociale. Da quando in Italia la Borsa è stata “banchizzata” questo aspetto sembra dimenticato. Nel frattempo le imprese hanno mediamente aumentato il loro livello di indebitamento al quale, beninteso, hanno contribuito per un lungo periodo ormai concluso tassi d’interessi eccezionalmente bassi.


Un richiamo, un auspicio
A nostro avviso sono pochi coloro che si rendono conto dell’importanza di una Borsa capace di una politica autonoma e di rappresentare non soltanto gli interessi degli intermediari ma anche quelli degli emittenti e degli investitori. Sarebbe opportuno che tutte le tre categorie di operatori che formano il mercato finanziario avessero parte e voce nelle società di gestione dei mercati borsistici, come in qualche caso stabilito saggiamente dagli statuti societari. La Borsa autonoma promuove il capitale di rischio, con le emissioni di azioni da parte delle società quotate, che così possono svilupparsi in modo sano. Invece non hanno sempre queste stesse motivazioni intermediari finanziari che operano per conto proprio, in pratica le banche azioniste della società di Borsa: queste hanno invece interesse ad espandere il credito alle società, anche a quelle quotate, e ad esporre nella Borsa i propri prodotti, oggi titoli obbligazionari complessi e strutturati.
Alla luce della drammatica crisi finanziaria in corso riteniamo non solo opportuno, ma urgente capire che cosa si debba fare per rimediare in tempo. Forse a livello di Commissione UE è mancata la presenza italiana e hanno prevalso modelli diversi, riflesso degli interessi degli attori già dominanti, evidentemente sostenuti dalle le loro lobby. Significativo che le categorie di operatori del mercato si siano impoverite fino ad una quasi completa monocoltura bancaria.
Quando affermiamo che taluni princìpi consolidati andavano comunque conservati non mostriamo nostalgia per un passato che ovviamente non ritornerà, ma avvertiamo invece amarezza per un futuro che poteva essere e che forse sarà peggiore, a motivo delle scelte fatte. La Borsa e le banche al servizio della speculazione anziché dell’investimento produttivo non ci piacciono, e speriamo di trovarci in numerosa compagnia; anche se temiamo che questa compagnia si ridurrà come al solito in occasione della prossima ondata di euforia borsistica…Sembra purtroppo che la solidarietà degli intenti prosperi soltanto nei periodi peggiori.
Saremmo lieti di ricevere riscontri da parte dei Lettori, anche quelli che magari non condividono le nostre opinioni.

Giovanni Bottazzi, Malcolm Duncan e Alfonso Scarano sono Soci AIAF, e scrivono a titolo personale senza che le loro idee costituiscano la posizione ufficiale di AIAF

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