L'Italia e i fondi sovrani

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di Marco Mairate 22 Ottobre 2008 | 12:00
Operazione trasparenza per il più grande fondo sovrano del pianeta, l’Abu Dhabi Investment Authority (Adia). Il fondo, emanazione dell’omonimo paese arabo, ha in pancia qualcosa come 875 miliardi di dollari, ovvero 32 anni di ricavi dalla vendita di petrolio (anno di costituzione del fondo) pronti per essere investiti sulle aziende di tutto il mondo, Italia compresa.

Come è noto i fondi sovrani sono indicati come i possibili salvatori delle economie occidentali mentre i detrattori li vedono come i falchi pronti a sfruttare la mancanza di liquidità per comprare aziende a sconto.  In questo momento delicato e unico per l’economia e la finanza globale, i fondi sovrani sono e rimangono un’opportunità.

Primo (se si escludono le banche centrali) oggi non esistono soggetti dotati di liquidità e capaci di intervenire rilevando direttamente quote di compagnie pubbliche e private.

Secondo, l’ingresso di un’azionista stabile e di lungo periodo sarebbe un toccasana per qualsiasi consiglio di ammirazione.

Terzo, l’enorme liquidità degli stessi fondi è volatile perché legata ai saliscendi del petrolio. Se è vero che ogni giorno i paesi ‘occidentalizzati’ versano ogni giorno circa 9 miliardi di dollari ai paesi produttori, ma proprio per questo i fondi hanno necessità di stabilizzare parte delle riserve, investendole in attività decorrelate dal petrolio.

Dialogo e diplomazia

Ovviamente non sarebbe possibile mettere il cartello vendesi su banche e campioni nazionali (anche se qualcuno ci sta pensando) meglio invece dialogare con i Governi che controllano i fondi per ‘instradare’ gli investimenti. In questa ottica si inquadra la missione ‘diplomatica’ italiana, che attraverso il Ministro degli Esteri ha iniziato a presentare i prodotti italiani proprio a Dubai. Il ministro italiano ha detto che il dialogo con i fondi sovrani è possibile, ma solo là dove esiste trasparenza e reciprocità. Quindi si al fondo sovrano, purché rispetti le regole di buon comportamento.

Ma la selezione dei fondi non può essere ristretta alla sola Abu Dhabi, per questo l’Italia ha Costituito il Comitato strategico Esteri-Economia per l’interesse nazionale in economia costituito da sei più sei esperti scelti dalla Farnesina e dal Tesoro che esaminerà le opportunità offerte dal mercato.

Maggior trasparenza

Se i fondi sovrani hanno capito di intavolare un dialogo serio con i Governi interessati a ricevere investimenti che per giocare seriamente dall’altro capiscono la necessità di aumentare la trasparenza del loro operato. Il primo a muoversi in questa direzione (del blocco medio orientale) è appunto Abu Dhabi che attraverso Hamad Al Suwaidi, director dell’Adia e sotto segretario del dipartimento finanziario di  Abu Dhabi, ha detto: “Adia ha pubblicato la propria asset allocation ed è coinvolta in un processo che punta a migliorare ulteriormente tutte le aree legate alla disclosure….la necessità di aumentare la trasparenza e mantenere una dialogo franco e aperto con gli altri paesi è un nostro obiettivo”.

Investimenti in società pubbliche

Come mostra la tabella sopra, dove sono rappresentati le partecipazione del fondo sovrano in soggetti pubblici, l’unico investimento sensibile riguarda il salvataggio di Citigroup. L’operazione, datata 27 ottobre 2007, ha visto il fondo sovrano iniettare 7,5 miliardi di dollari nel disastrato bilancio di Citigroup. In cambio, Abu Dhabi ha ricevuto un corrispettivo di azioni convertibili che gli assicurano una cedola dell’11% sull’investimento, e la possibilità di convertire il prestito in titoli tra il marzo 2010 e settembre 2011 (ad un prezzo tra 31.83-37.24 dollari).

Di recente un’altra società controllata dal fondo, Masdar, ha rilevato una quota nelle attività UK di E.on, colosso energetico tedesco.
 
Investimenti in società private


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