Ma chi governera' dopo la crisi?

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di Redazione 10 Novembre 2008 | 16:11
Il crollo dei subprime americani ha investito il mondo. Con gli Usa in declino e l’Europa chiusa in se stessa ci sarà più spazio per i paesi emergenti.Quella attuale non è la prima crisi finanziaria degli ultimi anni che si sia estesa ben oltre il paese di origine, mettendo a rischio la stabilità globale: seppure di dimensioni più modeste, le crisi dell’Asia orientale, del Brasile, della Russia negli anni Novanta hanno scosso i mercati di mezzo a mondo e richiesero risposte globali.

Fu il Fondo monetario internazionale con il suo pronto intervento e poi con le sue discusse ricette di disciplina e rigore a evitare il contagio. Ben diversa la situazione attuale: la crisi origina da una sorta di bolla speculativa (i mutui subprime) localizzata negli Usa. Grazie al dollaro, moneta di riserva universale, essi non hanno bisogno del Fondo per ottenere liquidità, fornita invece dai paesi in surplus commerciale come la Cina che hanno finora largamente finanziato il deficit degli Stati Uniti.

Un’altra differenza è che la crisi non origina da un equilibrio di bilancia di pagamenti, di conti con l’estero, ma nasce dalla sregolatezza della finanza domestica non controllata adeguatamente da regolatori più interessati a sostenere la crescita economica, anche se drogata, che attenti ai pericoli per la solidità degli operatori. Nel mondo globale di oggi la crisi si è subito estesa: crollo della borsa di Mosca, mercato immobiliare di Hong Kong, ma soprattutto coinvolgimento dei regolatori del vecchio continente, anzi, in modo inusitato, direttamente dei governi nazionali. A questi è toccato salvare quelle banche europee troppo esposte a investimenti rischiosi, dando inoltre liquidità al sistema bancario colpito dal diffondersi della crisi di fiducia. I sofisticati ragionamenti contro il sostegno pubblico al moral hazard privato sono stati messi per necessità in soffitta.

La collaborazione tra supervisori bancari nazionali e tra autorità monetarie a livello internazionale è basata su intese flessibili e informali tra i responsabili, non è disciplinata da organismi multilaterali (come il Fondo o il Wto in materia commerciale) e non sottostà a regole formali.Non per questo il coordinamento in gruppi come il Financial Stability Forum, presieduto dal nostro Draghi, o l’elaborazione congiunta di criteri da applicarsi universalmente quali Basilea 2 per la solidità delle banche commerciali non sono stati efficaci. Questa preferenza per strumenti di soft law flessibili, adottati in vista della loro praticità, invece della tradizionale hard law, applicata in quanto obbligatoria, è stata teorizzata come preferibile e altrettanto efficace. Questa crisi non ha smentito questa opzione, anche se ne ha evidenziato i limiti (per esempio quanto agli standard contabili internazionali).

Oggi viene riproposta l’alternativa di una nuova architettura internazionale basata su trattati e regole ferme che ricuperi il Fondo monetario e la Banca mondiale rimasti in ombra e che sono alla ricerca di un ruolo più attivo in un quadro ben diverso da quello del passato. Lo ha proposto all’Onu Sarkozy ed è un obiettivo che l’Italia si propone per la sua presidenza del G7.

Sulla carta sembra una buona idea che va certo sviluppata. Ma siamo sicuri di essere capaci di elaborare una formula condivisa che sia in grado di trarre la lezione da questa crisi inattesa e di formulare ricette che evitino la successiva? E soprattutto: chi governerà il nuovo sistema, con gli Usa in declino e l’Europa che appare piuttosto ripiegata sui suoi problemi interni, nonostante le sue velleità? In altre parole: che ruolo siamo disposti a dare alle nuove potenze economiche, finanziarie e commerciali, Cina, Russia, Brasile, e ai paesi dei fondi sovrani, tutti stati per lo più autocratici, che abbiamo tenuto finora sull’uscio?

di Giorgio Sacerdoti, ordinario di diritto internazionale alla Bocconi e presidente dell’organo di appello della World Trade Organisation

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