Crac Islanda – si teme nuovo crollo valutario

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di Marco Mairate 19 Novembre 2008 | 16:30
Brutte notizie per i possessori di titoli obbligazionari islandesi. A giorni infatti la banca centrale del disastrato paese tornerà a scambiare la propria valuta sul mercato monetario con possibili conseguenze negative per la valuta locale. Secondo la Banca Centrale del paese, infatti, gli investitori internazionali avrebbero oltre 2,4 miliardi di euro di obbligazioni islandesi (di diversi emittenti) che molto probabilmente si riverseranno sul mercato non appena possibile.

UNA VALUTA IN GINOCCHIO

Primo dello stop dello scorso ottobre, la Corona islandese ha perso il 70% del suo valore rispetto le principali valute mondiali.

Appena riapriranno le contrattazioni, molto probabilmente gli investitori esteri cercheranno di liberarsi delle obbligazioni che hanno in carico, andando così a deprimere ulteriormente il corso valutario: “i detentori di obbligazioni domestiche, gran parte dei quali non sono residenti in Islanda, potrebbero cercare di cedere i propri asset espressi in Corone non appena i mercati ripartiranno” riporta un comunicato della Central Bank of Iceland.

Per contrastare l’ondata di liquidità, l’istituto centrale utilizzerà tutti i mezzi a propria disposizione, comprese riserve valutarie per 409 miliardi di corone e 5 miliardi di dollari concessi dal Fondo Monetario Internazionale e da altri paesi.

Anche se tale strategia viene criticata dagl economisti (che la ritengono penalizzante per i contribuenti islandesi) lo stato pensa che dopo un primo impatto negativo: “le obbligazioni islandesi verranno acquistate da quegli investitori interessati a mantenerle in portafoglio con la speranza di ricevere ottime performance dall’apprezzamento della Corona”.

DA TROPPO GRANDE PER FALLIRE A TROPPO GRANDE PER ESSERE SALVATO

Nonostante il cauto ottimismo dell’istituto central, i 100.000 italiani che volenti o dolenti hanno un’esposizione sul debito del piccolo paese atlantico non dormono di certo sonni tranquilli.

A questo primo gruppo, si aggiungono poi tutti quelli che nel loro portafoglio d’investimenti hanno azioni oppure obbligazioni della banca islandese Glitnir (ufficialmente in stato di default dopo il mancato rimborso di un bond da 750 milioni di dollari).

Il caso dell’Islanda e della sua repentina e improvvisa crescita esplosiva è un altro caso da libri di storia (e aule di tribunale). Solo lo scorso anno, infatti, le principali agenzie di rating mondiali erano prodighe di giudizi positivi sul debito sovrano islandese.

Non solo, Moody’s è riuscita a dare un giudizio AAA alla banca Glitnir, scommettendo sul fatto che qualsiasi problema per la banca sarebbe stato risolto con l’aiuto dello stato islandese.

Certo quelli di Moody’s non avrebbero mai pensato che a dover essere salvato era proprio lo stato islandese, il cui debito estero negli anni è letteralmente schizzato verso l’alto per poi esplodere con il credit crunch (come dimostrano i CDS sul debito sovrano che agli inizi di ottobre vedevano un 17,5% di upfront oltre ad un 5% annuo per proteggere 10 milioni di euro di debito).

Ma se il debito estero del Governo islandese è cresciuto a dismisura, niente a confronto degli attivi detenuti da Kaupthing Bank, pari al 623% del Pil islandese (nel grafico a fianco viene evidenziato il rapporto percentuale tra gli attivi delle banche e il Pil del paese di provenienza).

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