Per il Nobel Smith la crisi finanziaria è colpa nostra

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di Marcella Persola 20 Novembre 2008 | 10:20
Per Vernon Smith la colpa della crisi immobiliare e finanziaria risale al provvedimento licenziato dall’amministrazione Clinton che nel 1997 abolì la tassazione sul capital gain. Tesi controversa e non accolta da tutti gli economisti, che puntano il dito su reddito fisso e bassi tassi di interesse. Ma per Smith le soluzioni ci sono: basta non ricadere negli errori di Greenspan e Buffet.

Di chi è la colpa della crisi finanziaria? Secondo Vernon Smith, premio Nobel dell’Economia nel 2002 è stata l’approvazione  del “Tax Relief Act” del 1997, un provvedimento in base al quale era concesso rivendere dopo solo due anni di possesso a un altro aspirante proprietario il proprio immobile senza pagare la plusvalenza fino a 500mila dollari. Questa norma, che porta la firma dell’allora presidente Clinton e sostenuta dall’allora segretario del Tesoro Robert Rubin, e da Lawrence Summers, famoso per essere in pole position nella lista dei candidati per la poltrona dell’Economia con Obama, avrebbe rappresentanto l’origine della bolla immobiliare.

A spiegarlo è proprio Vernon Smith, ospite dei festeggiamenti per il quinto anniversario dell’Istituto Bruno Leoni, che lo ha insignato anche di un premio alla carriera. E Smith non lesina parole per nessuno, anzi dice che tutti siamo colpevoli della crisi. «Ognuno di noi ha contribuito alla bolla acquistando immobili prima che avessero inizio i lavori per la costruzione e vendendoli poi a qualcun altro che a sua volta sperava di rivenderli ad un altro sciocco». «Senza contare Fannie Mae e Freddie Mac, diventati finanziatori immobiliari d’ultima istanza. Così abbiamo aiutato noi stessi, non i poveri». «Questa bolla – precisa il Nobel – a differenza di quella degli anni 90  è solo frenesia di consumi di case basata su un capitale insufficiente, leva finanziaria e cartolarizzazione di mutui».

Ma come per tutti gli economisti anche per Smith pur essendo responsabile della crisi c’è un modo per uscirne. Non bisogna perdere la fiducia nei mercati e soprattutto è necessario tagliare le tasse sugli investimenti per rendere le società maggiormente competitive e consetirgli di cogliere le opportunità, oltre che essere competitive con i mercati emergenti. Sicuramente non bisogna ricadere negli errori commessi da Alan Greenspan, che per Smith «ha abbassato i tassi troppo e troppo a lungo» o quelli di Warren Buffett che «ha comprato troppo presto ».

Ma non tutti gli economisti sembrano concordare con la visione di Smith. Dalla platea di Palazzo Clerici, sede della lecture di Smith, si sono alzate voci contrarie. Ad esempio, Cole Kendall, ex professore di Economia all’Università di Illinois-Chicago che ha sottolineato come la teoria di Smith sia affascinante ma non esauriente. «Mentre i prezzi delle case hanno iniziato a crescere nel 1997, essi sono cresciuti modestamente fino al 1995. Ma sebbene i prezzi stessero crescendo la spesa per la costruzione residenziale è cresciuta più lentamente rispetto alla spesa del settore non residenziale tra il 1997 e il 2000». Quindi il vero boom si è avuto soltanto a partire dal 2002-2003, quando la FED ha tagliato i tassi di interesse a livelli molto bassi, raggiungendo l’1,75% nel 2001 e l’1% nel 2003. «Si aggiunga a questo che gli interessi sui bond a lungo termine sono scesi bruscamente, quando il governo Asiatico ha comprato una massiva quantità di bond americani». Quindi per Kendall mentre il cambiamento della tassazione sul capital gain avrebbe potuto dare inizio alla bolla, il successivo aumento dei prezzi probabilmente non sarebbe accaduto senza questo massivo spostamento accaduto nel mercato del reddito fisso, che ha reso storicamente bassi gli interessi sui crediti ipotecari.

A conferma che anche tra gli economisti le cause della crisi non sono ben chiare.

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