Settimana complicata in attesa di Fomc e BoJ

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di Finanza Operativa 19 Settembre 2016 | 09:30

A cura di Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Sgr
Una nuova tegola sul settore bancario europeo conferisce un tono negativo all’ultima seduta della  settimana. I prezzi in Us non permettono ai mercati una vigilia del Fomc tranquilla.
Un Apple in grande spolvero (+3.4%) grazie al successo dell’Iphone 7 (nonostante gli auricolari criticatissimi) ha trainato Wall Street a una buona performance giovedì sera (+1%). Il colosso del  tech ha recuperato oltre il  11% in 4 sedute, permettendo al Nasdaq di cancellare la correzione, cosa non ancora riuscita a S&P500 e Dow. Tecnologia a parte, la  discesa delle probabilità di un rialzo, dopo i mediocri dati macro di giovedì, e la conseguente pausa nel rialzo dei rendimenti hanno forse levato  pressione al mercato.
Venerdì, un’Asia ancora a scartamento ridotto per le  chiusure (Shanghai, Hong Kong,  Sud Corea e Taiwan) ha comunque tratto qualche beneficio dal sentiment, con i pochi indici aperti in progresso. Sul WSJ è comparso un pezzo contenete indiscrezioni sulle presunte divisioni all’interno del Board della Bank of Japan. Apparentemente, dei 7 membri che spalleggiano Kuroda, 3 sarebbero a favore di una prosecuzione dell’attuale status quo, ovvero QE+ tassi negativi, mentre altri suggeriscono di temperare gli acquisti di assets, sull’efficacia dei quali nutrono dubbi. Vi è  poi parecchia discussione sull’opportunità  di affrontare il  problema della scarsità di asset idonei all’acquisto,  mentre vi è accordo che l’ulteriore riduzione in negativo dei tassi sia un opzione percorribile. Sarà meglio che si ricompattino alla svelta, e escano con un messaggio forte mercoledì.
L’apertura europea venerdì ha visto il buon sentiment dissolversi progressivamente, sotto gli influssi di una single name story con ricadute sul settore. Deutsche Bank ha reso noto che la richiesta da parte del Dipartimento di Giustizia americano per chiudere una transazione su una serie di accuse legate alla vendita di prodotti Subprime risalenti alla crisi finanziaria ammonterebbe a 14 miliardi di dollari. La banca tedesca ha dichiarato che si tratta di una prima richiesta, le  negoziazioni sono appena iniziate, e comunque che non ha la  minima intenzione di pagare una cifra simile, ma si attende un accordo in linea con altri esempi recenti (una teoria sposata anche dal  WSJ). Il fatto è che la  cifra è  oltre il doppio di quanto accantonato dalla banca per le litigations e  quasi il triplo delle  attese, per cui anche un accordo al  50% dell’importo eccederebbe di parecchio le stime, rendendo presumibilmente necessario un aumento di capitale. E vi sono altri istituti europei in lista per transazioni simili (RBS, Credit Suisse, UBS, Barclays), che potrebbero vedere a loro volta i costi salire vertiginosamente, se giudicati con lo stesso metro.
Naturalmente, il settore bancario europeo non ha gradito, aprendo pesante venerdì mattina per risultare il peggiore a fine giornata (-2.6%). Particolarmente pesanti gli istituti italiani, alle prese con i problemi interni (rinvio dell’aumento di capitale di Montepaschi, etc etc).
Sorprende poco che tra il Comitato  di Supervisione Bancaria di Basilea e alcuni paesi europei siano volati  gli stracci,  agli  ultimi meeting. Oppressi tra regulators che mettono regole sempre più stringenti e tassi di interesse inesistenti, gli  istituti non riescono in alcun modo a puntellare la profittabilità, il che rende estremamente difficile raccogliere i capitali richiesti dagli stessi regulators, in un circolo  vizioso senza fine. Mi pare tempo di fare qualche riflessione, prima che la cura faccia qualche vittima illustre.
Gli indici generali hanno tenuto un comportamento erratico in mattinata, succubi delle scadenze tecniche (futures e opzioni) per mollare gli ormeggi subito dopo. Ad  agitare ulteriormente le  acque  è  giunto, nel pomeriggio, il  CPI US di agosto,  sopra attese sia  per il dato headline (+0.2% da prec 0.0% e vs +0.1% atteso) che core (0.3% da prec 0.1% e vs 0.2% atteso). La comparsa dei primi effetti base positivi ha permesso al dato headline di toccare l’1.1% anno su anno. Ceoteris paribus, l’amplificarsi di detti effetti potrebbe permettergli di avvicinarsi al 2% verso fine anno. Una soglia già abbondantemente superata dal  dato  core, al  2.3% anno su anno.
La sorpresa ha offerto un modesto supporto alle probabilità di rialzo ai FOMC di settembre e dicembre ( tornati rispettivamente a 22% e 54%), prodotto un accelerazione del dollaro e segato le gambe al rimbalzo dei treasuries,  che alla chiusura della seduta europea vedono i rendimenti salire di qualche basis point in particolare sulle scadenze intermedie. In calo i rendimenti europei core mentre le circostanze illustrate ieri hanno pesato ancora sui periferici, sebbene in misura minore. Naturalmente l’azionario non ha gradito, sebbene, al  solito, Wall Street mostri maggior compostezza.
Può questo dato rimettere in gioco  un rialzo mercoledi prossimo? Difficile, a guardare la miseria  dei dati macro delle ultime settimane, e quanto poco quest’evenienza è prezzata dal mercato (si sa  che alla yellen non piace sorprendere). Ma  alla luce della recente, confusa, retorica FED, non si può escludere con certezza.
La settimana si è chiusa in maniera mesta per l’azionario europeo, con l’Eurostoxx che chiude sui minimi settimanali, avendo messo a segno un “lower low” e lasciato  sul campo quasi 4 punti percentuali. Più  interlocutorio il quadro a Wall Street, dove i supporti stanno tenendo, ma manca ancora la chiusura di stasera.
Con FOMC e BOJ mercoledi prossimo, sembra improbabile che i primi giorni della prossima settimana si rivelino particolarmente rilassanti. Ma magari dominerà l’attesa.

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