Tutti in galera

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di Private Banker 2 Dicembre 2008 | 16:30
E’ stato molto chiaro il ministro Giulio Tremonti nel ribadire che lo stato italiano interverrà per salvare ogni banca che si troverà in difficoltà, ma ha ribadito che i manager che hanno sbagliato non possono farla franca.Molti hanno pensato che il messaggio era direttamente rivolto a Alessandro Profumo, capo di UniCredit, il manager più in vista negli ultimi anni nel panorama bancario italiano, spesso avvicinato al Partito Democratico e protagonista della più importante crescita internazionale di una banca italiana.
Il gruppo UniCredit è una delle prime banche del mondo, attiva nell’asset management con un marchio globale come Pioneer, con una rete di promotori Fineco oggi leader in Italia e forse in Europa. Non si può certamente dire che non si sia esposto negli ultimi anni.
Il suo capo ha percepito emolumenti e compensi vari, inclusi piani di stock option, di oltre 10 milioni di euro nel 2007, ma se anche ciò sembra esagerato alla luce di quanto avvenuto in questi mesi, era coe-rente con le retribuzioni che venivano attribuite ai manager nel contesto finanziario internazionale.
Inoltre, a riprova della sua buona fede, nei giorni caldi parte del management di UniCredit ha investito in titoli del proprio gruppo come a ribadire che sono i primi a crederci.
Ma contro quella che molti hanno definito “l’ingordigia dei banchieri” si è mossa compatta tutta l’opinione pubblica.
La realtà italiana è però molto diversa da quella che emerge dalle situazioni che si sono verificate negli Stati Uniti.
Shoccante è stata la testimonianza di Dick Fuld, presidente della fallita Lehman Brothers, di fronte alla commissione della Camera e trasmessa in diretta TV. La domanda è tagliente: «E’ onesto percepire la sua retribuzione nello stesso tempo che ha fatto fallire la banca?» e sullo schermo impietoso vengono proiettate le cifre dei suoi stipendi annuali: 38 milioni, 80 milioni, 138 milioni…
In Italia non siamo mai arrivati a tali eccessi, ma in questi giorni il processo Parmalat è arrivato a un punto cruciale con la requisitoria del procuratore Francesco Greco che senza mezzi termini definisce le banche complici della grande truffa. Colpisce come per la prima volta in Italia siano state richieste pene per oltre 45 anni per il reato di aggiotaggio, fra cui i 13 anni senza attenuanti richiesti per Calisto Tanzi. Vero è che sono rimasti coinvolti oltre 135.000 risparmiatori, ma si è trattato anche di una richiesta di condanna per la finanza creativa e certamente questo è il banco di prova per i prossimi processi, scalata Antonveneta, Bnl-Unipol, per finire alle inchieste ancora in corso sui derivati venduti a privati e a enti pubblici.
Una ragazzata, da vero furbetto del quartierino, sembra la storia di Stefano Ricucci che probabilmente non sconterà neanche un giorno di carcere poiché ha patteggiato la pena a tre anni di carcere e potrà godere dei benefici dell’indulto visto che i reati sono stati commessi prima del maggio 2006.
 
In questo contesto triste e anche drammatico i politici cercano di trasmettere un clima di fiducia, il premier Silvio Berlusconi arriva a suggerire di comprare azioni e indica alcuni titoli quali Eni e Enel (non si è spinto a consigliare Mediaset, ma ci è mancato poco).
Nella ridda di dicharazioni e smentite i vertici del Partito Democratico hanno blandamente protestato e Veltroni ha dichiarato che non siamo in discoteca. Certo non è lo scenario più rassicurante per chi deve investire i propri risparmi e per i consulenti che devono dare consigli.

La soluzione più immediata è stata di mettere il più possibile in Bot, titoli di stato a breve che garantiscono una perdita, una perdita limitata ma sempre una perdita rispetto all’inflazione attesa nei prossimi mesi.
Gli unici che si sono mossi con coraggio e controcorrente sono i promotori di Mediolanum che hanno fatto una campagna promozionale per suggerire ai propri clienti di continuare a credere nell’investimento azionario e approfittare dei prezzi bassi che oggi hanno le azioni di tutto il mondo. Mediolanum è la sola società con raccolta positiva nell’ultimo mese e ciò conferma che alle parole sono seguiti i fatti.
I fondi comuni sono lo strumento perfetto e i piani di accumulo la formula ideale. Non importa se oggi i prezzi calano, domani o dopodomani saliranno, e chi ci ha creduto avrà le giuste soddisfazioni.
Non è il momento di fare conti, se i clienti non hanno bisogni di liquidità le perdite sono solo teoriche, guardiamo avanti anche perché non c’è alternativa.
Più aggressivo il messaggio di Azimut che ha proclamato tramite una campagna promozionale di non essere invischiata nei dissesti che hanno colpito le obbligazioni Parmalat e Lehman. Se si può essere d’accordo per le obbligazioni Parmalat non si può negare che Lehman era fino a pochi giorni fa una banca primaria e ancora non ci spieghiamo bene perché l’hanno lasciata fallire con i disastri che ciò ha provocato.
Forse è stata la vittima, odiata e invidiata, che ha permesso agli altri di salvarsi.
Almeno per ora.
A noi che ogni giorno lavoriamo e dobbiamo credere nel futuro non resta che avere coraggio e non credere che con le vendette, le punizioni e le iper-regolamentazioni si possa ridare fiducia ed efficienza al sistema finanziario. 

La fiducia è un’altra cosa e senza non si va da nessuna parte. 

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