Lo Zar dell’Energia

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di Redazione 9 Dicembre 2008 | 08:45
E’ da qualche tempo che si ipotizza la possibilità che il presidente eletto degli Stati Uniti Barack Obama possa nominare uno “Zar dell’Energia” alla Casa Bianca per coordinare le politiche sul cambiamento climatico e la dipendenza dal petrolio in Medio Oriente e che il posto sarebbe stato offerto al premio Nobel Al Gore, che peraltro ha fatto sapere di non essere interessato alla carica.

Nei giorni scorsi il Wall Street Journal ha rilanciato il tema della creazione della nuova posizione, dato che essa potrebbe influenzare le nomine ai vertici delle tre agenzie federali che si occupano di politiche energetiche e dell’ambiente, ossia i ministri di Energia, Interno e l’Enviromental Protection Agency, ipotizzando che Obama e i suoi collaboratori lavoreranno questo fine settimana su una rosa di candidati in vista di un possibile annuncio martedì prossimo.

Perché stanno creando nel seno dell’amministrazione americana un nuovo centro di potere che non mancherà di creare tensioni e che dovrà venire controllato e regolamentato, in un momento caratterizzato da un “presunto” petrolio abbondante ? Forse perché il petrolio, nonostante le previsioni al ribasso delle solite banche d’affari, è pronto per ritornare ad essere un problema ?

Ieri il ministro brasiliano delle miniere e dell’energia, Edison Lobao in un’intervista pubblicata dal quotidiano Folha de Sao Paulo ha dichiarato che la Cina e gli Emirati Arabi hanno espresso interesse per effettuare ingenti investimenti nei grandi giacimenti di petrolio scoperti negli ultimi tempi lungo le coste brasiliane, assicurando che “Pechino ci ha proposto di investire 10 miliardi di dollari per operare con Petrobras nei giacimenti pre-salini” ossia nella zona in cui il greggio si trova a 5.000 metri di profondità, al di sotto di un manto di pietre e sale. E il petrolio estratto a quelle profondità difficilmente potrà costare meno di 65 dollari al barile.

Oggi la presidente argentina, Cristina Fernandez de Kirchner, durante la sua visita in Russia incontrerà Vladimir Putin, prima di firmare domani una serie di accordi con il gruppo Lukoil, a sua volta interessato ad acquisire il 30% del capitale del gruppo spagnolo Repsol.

I media di Buenos Aires, commentando la visita precisano che il colosso russo dell’energia russo punterebbe a sfruttare i pozzi off shore del Mar Argentino, con investimenti pari a 150 milioni di dollari, e ad aprire un ufficio nel Paese latinoamericano.

Per il petrolio si è riaccesa anche la disputa territoriale tra Cina e Giappone su un gruppo di isole di confine, dopo che due navi da ricerca cinesi sono entrate nelle acque territoriali nipponiche nel mar della Cina orientale, vicino alle isole contese Senkaku, amministrate dal Giappone ma la cui sovranità è rivendicata da Cina e anche Taiwan, causando la protesta formale del governo di Tokyo.
Queste isole sono più vicine alla costa cinese e a Taiwan che al nucleo dell’arcipelago giapponese e furono occupate dagli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e cedute al Giappone nel 1972 assieme a Okinawa. Le otto isole disabitate sono chiamate Senkaku in Giappone e Diaoyu in Cina, e nelle loro vicinanze si ritiene vi possano essere giacimenti di gas e petrolio.

Ma mettere una bandierina sugli ultimi giacimenti rimasti da sfruttare non basta, e la Cina sta pianificando di quintuplicare le tasse sul carburante, riducendo al contempo tutta una serie di tasse accessorie sulle auto in modo da incentivare forzatamente la produzione di auto a basso consumo.

Chi è convinto che il salvataggio dei produttori di mostri mangia benzina sia assicurato e che la benzina continuerà ad essere a buon mercato grazie alla crisi, avrà presto modo di ricredersi.

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