Emergenti, fine della sottoperformance?

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di Finanza Operativa 8 Dicembre 2016 | 13:00

A cura di Raiffeisen Capital Management
Ormai, ininterrottamente da cinque mesi, hanno ottenuto risultati migliori dei mercati sviluppati, cosa che non accadeva dal 2009. Tutto sta a indicare che la loro performance inferiore alla media, iniziata nel 2010, finirà quest’anno. Simili lunghi periodi di sottoperformance ci sono del resto già stati in passato, per esempio dal 1979 al 1986 e dal 1994 al 2001. Duravano, dunque, dai 6 ai 7 anni rispettivamente; anche da questo punto di vista sarebbe, quindi, assolutamente “opportuno”.
A ciò si aggiunge un netto miglioramento dei dati congiunturali negli USA, in Europa e in diversi paesi emergenti che potrebbe di nuovo far aumentare il supporto da parte dei fondamentali. L’imminente rialzo dei tassi negli USA, tuttavia, invita ancora alla prudenza, in particolare, il nuovo impulso che potrebbe dare a un rafforzamento del dollaro USA. Il miglioramento dei dati congiunturali e le crescenti attese inflazionistiche negli USA e in Europa hanno fatto nettamente aumentare la probabilità di un rialzo dei tassi d’interesse negli USA a dicembre.
Nelle settimane passate, l’attenzione si è naturalmente sempre più concentrata sulle elezioni presidenziali negli USA. Fino al giorno delle elezioni la maggior parte degli operatori di mercati prevedeva una vittoria di Hillary Clinton e, di conseguenza, una continuazione della politica economica ed estera degli ultimi otto anni (anche se probabilmente con un atteggiamento ancora più aggressivo nei confronti della Russia). In caso di vittoria di Donald Trump, invece, il futuro orientamento della politica USA sarebbe molto più incerto, con il rischio di misure protezionistiche e la risoluzione o la rinegoziazione di accordi commerciali esistenti.
Ora, la sensazione c’è stata, l’outsider Trump ha trionfato e inoltre, per la prima volta da molto tempo si è in una situazione, dove un partito controlla le due camere del Congresso ed è anche il partito al quale appartiene il presidente e può addirittura cambiare a suo favore l’equilibrio di forze nella Corte Suprema. Siccome il nuovo presidente è praticamente inesperto a livello politico, sembra tendere a improvvisi cambi di opinione e durante la campagna elettorale si è espresso ben poco su molti argomenti, le conseguenze di questo risultato elettorale per gli USA e il mondo intero sono ancora difficili da valutare.
Senza scendere nei dettagli, riteniamo che la situazione attuale sia, però, fondamentalmente positiva per i mercati azionari USA, almeno per ora, riteniamo, tuttavia, che ci siano certi rischi per un aumento dei rendimenti negli USA. Alla luce di tutto ciò, anche il dollaro dovrebbe apprezzarsi leggermente. In generale ciò dovrebbe essere positivo anche per le azioni e obbligazioni dei paesi emergenti – certamente con alcuni rischi potenziali. Da un lato, le notevoli insicurezze relative alla futura politica di un’amministrazione Trump potrebbero scatenare notevoli oscillazioni dei corsi nelle prossime settimane e mesi.
Dall’altro, un rialzo troppo forte del dollaro USA e/o dei rendimenti dei titoli di Stato USA causerebbe probabilmente problemi abbastanza grandi per le azioni, obbligazioni e valute dei paesi emergenti nonché per i prezzi delle materie prime. Almeno è stato quasi sempre così in passato. Al momento non vediamo nessun motivo per allontanarci dalle nostre prospettive positive di lungo periodo sugli Emerging Markets (azioni e obbligazioni).

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