Oro allo scoperto alterato dalla crescita dei rendimenti reali

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Finanza Operativa di Finanza Operativa 20 Dicembre 2016 | 14:30

A cura di Ole Hansen, Head of Commodity Strategy di Saxo Bank
Un difficile avvio di settimana per l’oro, peggiorato anche dal rafforzamento del dollaro da parte della Fed, e che ha evidenziato le debolezze del metallo prezioso agli occhi di tutti. Il petrolio nel frattempo si guarda di nuovo le spalle a livelli di supporto, dopo che la Libia ha affermato di essere prossima a riattivare due grandi campi petroliferi.
Benché si sia già a metà dicembre, non vi sono ancora cenni del solito rallentamento dei mercati che normalmente si verifica in questo periodo dell’anno. Un anno folle, in termini di eventi e movimenti di mercato, destinati a proseguire sino alla fine.
Un anno che ha espresso la Brexit, Donald Trump, la possibile fine della corsa trentennale del toro sui mercati obbligazionari statunitensi, la comparsa di speculatori cinesi di materie prime e la compattezza dell’Opec, tutti fattori che hanno contribuito a creare le principali oscillazioni dei mercati.
Per quanto riguarda le materie prime, l’anno era cominciato con gli operatori petroliferi che puntavano al ribasso del barile senza essere in grado di vederne la fine, mentre i metalli preziosi intravedevano la luce alla fine del tunnel dopo tre anni di vendite. I metalli industriali, intanto, erano alle prese con la domanda che faticava a stare al passo con l’offerta crescente.
Le elezioni presidenziali in Usa, un accordo Opec e un rialzo dei tassi americani hanno stravolto i mercati. Il petrolio si è stabilizzato e sembra destinato a ulteriori incrementi nel prossimo anno, fintanto che i produttori si atterranno ai tagli di produzione concordati. I metalli industriali sono cresciuti, nella convinzione che le politiche fiscali invece che le sovvenzioni delle banche centrali supporteranno la crescita e l’incremento della domanda.
Colpo da sei
. I metalli preziosi hanno ricevuto un serio colpo in risposta alla crescita dei rendimenti obbligazionari, livelli record delle borse e non ultimo il dollaro, che ha raggiunto un picco dopo 14 anni contro un paniere di monete.
Il Federal Open Market Committee ha formulato il suo secondo e tanto atteso aumento dei tassi di questo ciclo, che ha contribuito ad estendere l’attuale rally del dollaro e a spedire ai massimi da 27 mesi a questa parte i rendimenti delle obbligazioni americane a 10 anni. La prospettiva di ulteriori tre aumenti dei tassi nel 2017 è stata la causa principale di questi movimenti, e più aggressiva di quanto non ci si aspettasse.
Il risultato si è tradotto in un abbattimento dei metalli preziosi, che estende le perdite dell’oro ad una sesta settimana. La linea dura ha aiutato a ridurre le aspettative di rischio legate all’inflazione futura e di conseguenza i rendimenti reali (rendimento nominale meno inflazione ) sono balzati allo 0,7% dopo lo 0,25% in media dello scorso anno. Rendimenti reali crescenti nell’ambito di dollaro ed azioni crescenti cancellano il fascino dell’oro quale investimento alternativo, e tale è la situazione alla quale questo metallo si sta adattando.
Tuttavia, dal punto di vista degli scambi, troviamo ora che il dollaro sia ipercomprato mentre i bond sono sopravvalutati e questo sviluppo, combinato con il supporto a $1.125/oz, potrebbe aiutare ad innescare un consolidamento.
L’oro deve ora affrontare la sua più grande battaglia a sostegno del lungo termine. Il quadro tecnico è peggiorato dopo essersi lasciato alle spalle i $1.172/oz. Ma con un mercato sopravvalutato e bisognoso di consolidamento, dovremmo vedere questo metallo trovare sostegno prima dei $1.125/oz, il livello di Fibonacci successivo e finale del recente excursus dell’oro al ribasso dal picco di luglio.
E’ richiesta un’interruzione della drastica tendenza al ribasso sotto i $1.150/oz per poter far ritornare il sentiment a neutrale e arrestare i maggiori quantitativi di vendite allo scoperto visti la settimana scorsa.
Il greggio era in pista per mostrare il primo calo settimanale in cinque settimane. L’ultimo picco a seguito del patto con i produttori non-Opec per sostenere il processo di riequilibrio durato meno di 48 ore, prima che la notizia dell’aumento della produzione da parte di produttori esterni all’accordo lo rispedisse al ribasso.
Nel settimanale “Petroleum Status Report” dell’EIA la produzione americana ha mostrato un balzo di 99.000 b/d interamente proveniente dai 48 Stati Uniti continentali, i paesi cioè dell’argillite petrolifera. Benché questi numeri settimanali rappresentino stime che possono sempre essere corrette prima che il Dipartimento dell’Energia rilasci i propri numeri trimestrali, cionondimeno essi indicano una tendenza.
L’aumento della produzione americana combinato con un insolito e aggressivo accumulo di scorte stagionali a Cushing, il terminale di consegna del greggio WTI, hanno aiutato a porre ulteriore pressione sui contratti a termine del greggio.
Nel suo Oil Market Report  mensile, la IEA colpisce con una nota ottimista che afferma che il mercato mondiale del petrolio potrebbe mostrare nel primo semestre del 2017 un deficit di offerta,  purché i tagli concordati alla produzione siano attuati.
Il Monthly Oil Market Report dell’Opec rilascia una nota molto più moderata pur asserendo la stessa cosa dell’EIA, ovvero che il mercato potrebbe rimanere saturo anche nella seconda parte dell’anno.
Nel frattempo, abbiamo ricevuto ulteriori notizie dalla Libia che due dei suoi maggiori pozzi petroliferi situati nella Libia Occidentale e il suo più grande terminale petrolifero portuale stanno riaprendo dopo essere stati chiusi nel 2014. I giacimenti petroliferi di Sharara e El-Feel  hanno il potenziale di aumentare la produzione libica di oltre 400.000 b/d. Se questo si realizzasse, renderebbe certamente impossibile per l’Opec  raggiungere il suo target di produzione di 32.5 milioni di b/d nella prima parte del 2016. E potrebbe anche aggiungere ulteriore pressione sull’Arabia Saudita per ridurre ancor più la propria produzione.
Questa rinnovata debolezza è indubbiamente guidata anche dai trader speculativi, che hanno ridotto ciò che era rimasto di un record di scommesse al rialzo a seguito del meeting Opec dello scorso 30 novembre.
Nella settimana del 6 dicembre, gli hedge funds hanno aumentato le scommesse al rialzo del greggio WTI e Brent da 228 milioni di barili al nuovo record di 728 milioni di barili. Gli svantaggi del rischio di prezzo di una tale grande posizione, nel caso in cui si verifichino delle prese di beneficio, non possono essere ignorati. Anche se il mercato non corregge in nessun modo, le ultime notizie che colpiranno il mercato potrebbero limitare i rialzi, con probabili liquidazioni di lungo in qualsiasi momento di incremento.
L’attuale impennata del dollaro a seguito dell’aggressivo rialzo dei tassi da parte del US Federal Open Market Committee potrebbe a questo punto aggiungere nuovi rischi di lungo. Nonostante la correlazione tra dollaro e oro fluttui, il rischio per la crescita globale e la successiva domanda da parte di un dollaro più forte e il costo crescente della finanza non possono essere ignorati.
Dopo la correzione del 38,2% nel rally di novembre, i trader si chiederanno se il Brent potrà chiudere la settimana sopra  $54,60. Questa è la linea del collo di una formazione testa e spalle risalente a 15 mesi fa e che aiuterà a fornire alcuni indizi sulla direzione a breve termine.

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