Usa: bilancia commerciale mai così male dal 2010

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di Finanza Operativa 27 Gennaio 2017 | 15:30

Di Vincenzo Longo, market strategist di IG

L’economia statunitense nel quarto trimestre 2016 è cresciuta dell’1,9% in termini annualizzati rispetto al +3,5% del trimestre precedente (+2,2% le attese). Al rallentamento della crescita hanno contribuito in particolare:

  1. un deciso ampliamento del deficit commerciale, frutto sia a un calo dell’export che da un accelerazione dell’import;
  2. una decelerazione della spesa per consumi personali.

Delusione è arrivata anche dagli ordini di beni durevoli, che a dicembre hanno registrato un calo dello 0,4% m/m dopo il -4,8% (dato rivisto da -4,6%) del mese precedente. Su questo fronte, è stata buona la lettura ex trasporti, che ha risentito anche della revisione migliorativa di novembre.

Sebbene si tratti di figure ancora provvisorie, i dati odierni hanno meglio sintetizzato quanto accaduto negli ultimi due mesi dell’anno. La violenta accelerazione del dollaro statunitense nell’ultimo trimestre ha penalizzato l’export e ha favorito l’import di beni più convenienti provenienti da paesi con valuta debole. Frutto di ciò, il contributo al Pil arrivato dalla bilancia commerciale nel trimestre è stato il peggiore dal 2010. Medesime considerazioni possono essere fatte sui consumi, che hanno risentito dalle spinte inflattive, contribuendo a indebolire il potere di acquisto delle famiglie. Emblematico è stato l’abbassamento del tasso di risparmio tra le famiglie al 5,6% dal 5,8% del 3° trimestre. Sostanzialmente la crescita dei prezzi al consumo (principalmente quelli legati al comparto energetico) potrebbe aver fatto spendere di più agli americani. Dietro i dati sugli ordini, invece, è emerso che la componente dei trasporti continua ad essere quella più debole, complice anche il rialzo dei prezzi dei carburanti.

I dati dovrebbero far riflettere gli americani sull’eccessiva forza del biglietto verde e degli squilibri macroeconomici che può creare. Sono comprensibili così i moniti arrivati da Trump e dal segretario del Tesoro Usa proprio in tema valutario qualche settimana fa.

Crediamo che queste figure possano rappresentare un primo segnale della politica dettata dal presidente Trump. Sui mercati, abbiamo assistito a un tentativo di deprezzamento del dollaro verso le principali valute che sembra essere già rientrato. Tornano le vendite anche sui Treasury dopo il recupero post dato. In apertura potremmo assistere a delle vendite sui listini Usa, dato che gli operatori potrebbero prendere questi dati come pretesto per portare a casa qualche profitto.

La prossima settimana sarà la Fed ad esprimersi sull’economia Usa e saranno importanti i commenti che arriveranno proprio sul fronte valutario e inflazione. Su quest’ultimo punto segnaliamo che il breakeven sul Tnote 10 anni ha toccato ieri il valore più alto da settembre 2014, segnale che le spinte inflattive continuano a rafforzarsi.

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