Come cambia l’export nell’era del protezionismo?

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di Finanza Operativa 8 Febbraio 2017 | 16:00

Sace (gruppo Cdp) ha pubblicato la nuova edizione della Mappa dei Rischi e presentato lo scenario per chi esporta e investe all’estero nel Focus On “Mappa dei Rischi 2017: più incertezza nell’era dell’ognun per sé. Nel dettaglio, lo studio esplora l’andamento dei diversi mercati del mondo, alla luce dei tre principali trend che influenzeranno rischi e opportunità a livello globale nel 2017:

  • aumento del debito a livello globale, con conseguenze particolarmente forti sui livelli dei rischio delle controparti bancarie;
  • tensioni valutarie;
  • instabilità geopolitica.

In questo contesto, tuttavia, è d’obbligo mantenere un approccio razionale e una visione strategica: l’export e l’internazionalizzazione non sembrano destinati a ridimensionarsi, ma dovranno però avvalersi di strumenti più evoluti e trovare nuove direttrici di sviluppo.

“Il protezionismo sta tornando pericolosamente in auge e le aspettative per quest’anno non sono rosee – spiega Beniamino Quintieri, presidente di Sace – L’esperienza insegna, tuttavia, che nel medio-lungo termine gli effetti delle barriere al commercio tendono a rivelarsi un boomerang per i paesi che le introducono, e questo è ancor più vero in un mondo in cui le catene globali del valore costituiscono, per la crescente importanza dell’import di prodotti intermedi, un fattore determinante di competitività. Crescere all’estero è ancora possibile, ma è necessario un salto di qualità nella conoscenza e assicurazione dei rischi”.

Il 2016 ha segnato un picco nelle misure protezionistiche adottate da diversi Paesi nel mondo:  dallo scoppio della crisi finanziaria globale le barriere elevate sono salite a oltre 3.500; quasi un quarto di queste impongono l’obbligo di avere almeno una certa percentuale di un prodotto o servizio realizzato nel Paese, soprattutto per prodotti elettronici e veicoli. Si tratta di misure scelte in particolare dai Paesi del G20, a partire dagli Stati Uniti – terzo mercato di destinazione dell’export italiano – che hanno introdotto una misura protezionistica ogni quattro giorni. I dieci settori più colpiti dal protezionismo rappresentano quasi il 41% del commercio mondiale, che ha subito inevitabilmente una contrazione: dal 2008 al 2016 è cresciuto a un tasso medio annuo del 2,9%, ben inferiore al 7,3% messo a segno nel periodo precedente (2000-2007).

Di fronte a mercati propensi ad adottare misure di limitazione del commercio internazionale, non mancano aree in controtendenza, che possono diventare ecosistemi da esplorare: i Paesi andini (Colombia, Perù, Cile), dell’area Subsahariana e dell’Asia hanno rappresentato nel solo 2015 oltre 27 miliardi di euro di esportazioni italiane, più del doppio rispetto a Cina e India insieme.

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