E se la Fed quest’anno tagliasse i tassi?

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di Finanza Operativa 13 Febbraio 2017 | 16:15

A cura di Tom Hollenberg, analista degli investimenti nel reddito fisso Capital Group

  • La Federal Reserve ha chiuso il 2016 con una nota aggressiva, aumentando i tassi e rimarcando la forza economica degli Stati Uniti.
  • Nonostante i mercati si aspettino un’accelerazione della crescita nel 2017, rimangono ancora numerose incertezze, dalla politica fiscale alle relazioni internazionali.
  • Altri fattori potrebbero ostacolare l’aumento dei tassi statunitensi, ad esempio la domanda estera di obbligazioni USA

È possibile che sia l’economia che la politica di governo abbiano raggiunto un punto di inversione? La Federal Reserve statunitense ha sollevato la questione incrementando i tassi a dicembre e favorendo le sue previsioni di aumento dei tassi nel 2017. Se l’ottimismo si tradurrà in produzione economica aggiuntiva, sia la crescita del PIL che l’inflazione dell’indice dei prezzi al consumo potrebbero superare le previsioni minime del 2,0-2,5%. Questo comporterebbe rendimenti azionari più alti e in definitiva una Fed più aggressiva. Attualmente i rendimenti dei Treasury USA a breve e medio termine si attestano a livelli mai toccati negli ultimi cinque anni.
Se alla vigilia delle presidenziali USA i rendimenti si erano mossi verso l’alto, da allora il loro aumento ha registrato un’accelerazione riconducibile alla previsione, da parte dei mercati, di allentamento fiscale, potenziali investimenti in infrastrutture e di una spinta verso la deregolamentazione in futuro. Alla luce dell’ampio ventaglio di possibili risultati nel 2017, non dovremmo escludere la possibilità che la prossima mossa della Fed possa essere di fatto un taglio dei tassi: il mercato delle opzioni dà all’incirca 1 a 8 la possibilità che i tassi di interesse finiscano il 2017 a livelli inferiori rispetto a quelli attuali.
Infatti, nonostante il miglioramento dei dati economici negli ultimi mesi vediamo delle incertezze all’orizzonte, riguardanti non soltanto lo stato dell’economia statunitense, ma anche la direzione assunta dalla politica fiscale, dalla politica commerciale, dalla politica normativa e dalle relazioni internazionali. I dettagli di questi piani, potenzialmente positivi per la crescita economica, sono scarsi e soggetti a quello che potrebbe essere un lungo e difficile processo di approvazione al Congresso. Il presidente gode di maggiori poteri diretti sul commercio internazionale e sull’immigrazione, ma eventuali modifiche unilaterali in questi ambiti potrebbero risultare negative sia per il sentiment che per la crescita. La nostra tesi centrale, secondo cui rimaniamo in un’era post-post-crisi estremamente eterogenea, rimane invariata.
Nel 2016 i mercati hanno chiuso con una nota positiva in tema di economia e, sebbene i dati economici siano stati incoraggianti, rimaniamo cauti per quanto riguarda le prospettive politiche, notando che i fattori esterni sono stati forieri di sorprese negative nel recente passato. Riteniamo che la ripresa dei rendimenti costituisca un’opportunità per gli investitori interessati al reddito fisso per superare qualsiasi sorpresa che possa presentarsi nel corso di quest’anno.
Attualmente contribuiscono a sostenere i rendimenti tre elementi principali: il differenziale di rendimento tra le obbligazioni denominate in dollari USA e altri mercati sviluppati, i fondi pensione statunitensi, che utilizzano i titoli di Stato per gestire le passività a lunga scadenza, e il legame tra gli attuali livelli dei tassi di interesse e fattori mondiali quali i tassi di risparmio, la crescita della produttività, la disuguaglianza e l’economia globale piuttosto che le predilezioni delle autorità;
Nel primo caso, infatti, gli investitori esteri spesso coprono le proprie partecipazioni in obbligazioni USA nella propria valuta nazionale, e con la Bank of Japan che ancora ambisce a raggiungere un rendimento dello 0% sui suoi titoli di Stato decennali, gli investitori giapponesi potrebbero tornare ad essere importanti acquirenti di asset statunitensi.
In secondo luogo, i fondi pensione statunitensi potrebbero vedere il recente rialzo dei rendimenti come un’opportunità per acquistare reddito fisso. Dopo il “taper tantrum” del 2013, l’acquisto di Treasury da parte dei fondi pensione aumentò nettamente.
Guardando avanti, sebbene ci aspettiamo che quest’anno le imprese adottino in generale un approccio più modesto all’emissione di debito, alcuni settori potrebbero continuare a sfruttare la leva. Anche se potrebbe subire un calo nel 2017, l’attività di fusione e acquisizione potrebbe comunque dar luogo a qualche emissione. In particolare, sono già stati annunciati diversi accordi di M&A, comprese alcune enormi operazioni nel settore chimico. Prevediamo che questi finanziamenti raggiungano il mercato nella prima metà dell’anno. Se le emissioni avessero livelli interessanti, potrebbero dimostrarsi buoni investimenti da parte di società che nei prossimi anni lavoreranno per ridurre l’indebitamento.
Un settore in cui ci aspettiamo di vedere emissioni interessanti è quello della tecnologia: uno dei comparti in più ampia espansione nell’universo investment grade. Società come Microsoft, Oracle e Apple hanno iniziare ad emettere obbligazioni in modo più aggressivo, e potrebbero continuare a farlo. Grazie ai solidi fondamentali, anche il debito di società tecnologiche mature come queste potrebbe generare un buon valore.

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