Gestione passiva, gli Etf battono gli indicizzati tradizionali

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di Finanza Operativa 1 Marzo 2017 | 10:30

A cura di Valerio Baselli, Morningstar
La gestione passiva non smette di attrarre flussi. La comprovata difficoltà dei gestori attivi a battere il proprio benchmark sul lungo periodo e i costi di gestione particolarmente bassi, ne fanno un’opzione convincente per un numero sempre maggiore di investitori. Non a caso, la fetta di mercato dedicata agli asset gestiti in modo passivo cresce di anno in anno. Ma non tutti gli investimenti indicizzati sono uguali. La prima e più importante distinzione riguarda i fondi passivi tradizionali e i più recenti Exchange traded funds (Etf), soprattutto dopo che la popolarità crescente di questi ultimi ha sollevato questioni sul loro funzionamento e su come usarli.
Nel corso del 2016, gli Etf europei hanno raccolto 48 miliardi di euro, raggiungendo a fine anno i 546 miliardi di patrimonio gestito. Inoltre, con 142 nuovi lanci, il numero di replicanti quotati nel Vecchio continente si attesta a 2.373 (dato al 31 dicembre 2016).
I fondi comuni indicizzati tradizionali, dal canto loro, hanno attirato quasi 44 miliardi di flussi netti, chiudendo l’anno a 576 miliardi di patrimonio. A fine 2016, sono disponibili in Europa 965 fondi passivi, di cui 66 nati l’anno scorso. Come misura di confronto, i fondi aperti attivi (36.153 quelli disponibili in Europa) hanno raccolto 143,2 miliardi di euro l’anno passato, arrivando a gestire circa 5.680 miliardi.

“L’infatuazione degli investitori per gli Etf continua”, commenta Hortense Bioy, responsabile europea della ricerca sui fondi passivi di Morningstar. “Gli asset gestiti dai replicanti quotati sono in procinto di superare quelli dei fondi indicizzati tradizionali, segno che gli operatori apprezzano la flessibilità e la gamma di scelta offerta dagli Etf. Ci si può aspettare che questo trend in Europa continui anche in futuro”.
Gusti differenti
Entrando più nel dettaglio, si nota come gli investitori in Etf e quelli in index fund tradizionali non abbiano fatto le stesse scelte in termini di classe di attivi, se non per quanto riguarda il reddito fisso, macro categoria che segna dei flussi di raccolta 2016 molto simili.
Gli investitori che hanno scelto i fondi passivi non quotati, ad esempio, hanno in media puntato molto di più sulle azioni e molto di meno sulle materie prime, anche se su questa particolare asset class pesa parecchio il ventaglio di scelta di strumenti disponibili, con gli Etc che hanno di fatto rivoluzionato l’investimento in commodity. Scelte invece opposte per quanto riguarda gli investimenti alternativi, che segnano una buona raccolta tra gli Etf e dei deflussi netti tra i comparti indicizzati.

Gemelli diversi
In effetti, i replicanti e i fondi passivi non sono la stessa cosa. Lo scopo (replicare la performance di un indice) è comune, ma presentano caratteristiche e utilizzi differenti. La distinzione sta nel fatto che il primo è un fondo quotato sul mercato e scambiato in tempo reale come un titolo azionario, mentre il secondo non è sul listino e le quote possono essere comprate o vendute quando si conosce il Nav a fine seduta.
Questo ha delle importanti conseguenze soprattutto per quanto riguarda i costi. In media, gli Etf presentano delle commissioni più basse rispetto ai fondi indicizzati, ma i replicanti hanno a che fare a una serie di costi legati proprio alla loro quotazione sul mercato, soprattutto in termini di costi di transazione, che possono essere impattati dal turnover dell’indice replicato, e dallo spread denaro-lettera dell’Etf, che a sua volta dipende dalla liquidità del sottostante.
Non bisogna dimenticare infatti che gli Etf sono un’evoluzione dei fondi passivi, nati una ventina d’anni prima, ma che rispondono a un bisogno diverso. Mentre i primi comparti indicizzati nacquero come conseguenza ad alcuni studi che dimostravano che la maggior parte dei gestori di fondi non riuscivano a far meglio del mercato sul lungo periodo, gli Etf furono la risposta all’esigenza di molti investitori istituzionali di scambiare grosse quantità di azioni intra-day, soprattutto in momenti di forte volatilità.

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