Gli istituzionali scelgono il rischio alla ricerca di migliori ritorni e rendimenti

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di Finanza Operativa 17 Marzo 2017 | 14:30

Secondo la Global Survey of Institutional Investors condotta da Natixis Global Asset Management, gli investitori istituzionali, oggi impegnati a confrontarsi con uno scenario dominato da volatilità, maggiori rischi e bassi rendimenti obbligazionari, sono disposti a incrementare la propria esposizione al rischio pur di ottenere migliori ritorni. Allo stesso tempo, hanno raddoppiato l’attenzione alla gestione del rischio per meglio bilanciare gli obiettivi di crescita di lungo termine e la necessità di liquidità, consapevoli però di dover identificare un modo migliore per valutare il rischio all’interno dei portafogli.
Natixis Global Asset Management ha interpellato 500 referenti all’interno di fondi pensione, fondazioni, fondi assicurativi e fondi sovrani a livello globale, tra Nord e Sud America, Regno Unito, Europa, Asia e Medio Oriente, per un totale di 15,5 trilioni di dollari di patrimonio gestito.
I risultati dell’indagine offrono informazioni interessanti su come gli istituzionali, considerati tra i razionali investitori al mondo, stiano utilizzando il rischio a loro vantaggio.
Il 70% degli investitori istituzionali italiani, rispetto al 62% a livello globale, ritiene di essere in grado di gestire il rischio a breve termine nonostante l’elevata volatilità, che affermano essere il maggiore rischio riscontrato nel conseguimento delle performance. La loro maggiore preoccupazione, tuttavia, rimane il basso rendimento. Data la prospettiva di una più elevata volatilità e di una persistenza di bassi tassi di interesse, poche istituzioni si affidano a strategie di portafoglio tradizionali per raggiungere i propri obiettivi. Con l’obiettivo di una migliore gestione del rischio, l’86% degli istituzionali italiani ritiene che le tecniche più efficaci debbano includere la valutazione del rischio, una diversificazione delle posizioni in settori diversi (il 94% contro l’86% a livello globale), una copertura valutaria (l’86% rispetto al 78% globale) e un maggior ricorso a strategie alternative (il 90% contro il 76% a livello globale).
Il sondaggio evidenzia inoltre il deciso aumento a livello globale di investitori istituzionali che utilizzano strategie alternative per gestire il rischio, passati dal 53% del 2015 al 76% di oggi. In aggiunta, il 56% del campione afferma che la propria organizzazione sta investendo in asset illiquidi in misura maggiore rispetto a tre anni fa.
“Mentre i fattori di rischio cambiano nel tempo, le sfide per gli investitori istituzionali rimangono le stesse, e cioè ottenere risultati di lungo periodo gestendo le pressioni di breve termine dei mercati” afferma Antonio Bottillo, Country Head ed Executive Managing Director per l’Italia di Natixis Global Asset Management. “Se si considerano i loro mandati, evitare il rischio per gli investitori istituzionali non è certo un’opzione. O sono in grado di battere le probabilità o devono cambiare le regole del gioco e lo stanno facendo bilanciando e aggiungendo le strategie alternative alla tradizionale costruzione di portafoglio 60/40, ma sempre tenendo presenti i loro obiettivi di lungo termine”.
Perseguire la crescita: un ruolo importante per gli asset reali, gli alternativi
Osservando i loro obiettivi, nel complesso il 70% degli investitori istituzionali ritiene che le loro aspettative sui ritorni siano raggiungibili, ma questa convinzione potrebbe non essere così forte come potrebbe sembrare in un primo momento. Il 50% del campione, infatti, si aspetta di dover rivedere al ribasso le proprie ipotesi di rendimento nel corso dei prossimi 12 mesi. Una delle ragioni di questa revisione è proprio la sfida nell’ottenere ritorni interessati: il 75% degli intervistati afferma che è sempre più difficile generare alpha con mercati sempre più efficienti.
Mentre la maggior parte è dunque ottimista sul fatto di essere in grado di far fronte ai propri impegni nel lungo periodo, il 62% pensa che la maggior parte dei loro colleghi non vi riuscirà. Il 73% degli investitori istituzionali italiani (69% a livello globale) concorda con il fatto che le tradizionali tecniche di diversificazione e di costruzione del portafoglio debbano essere sostituite con nuovi approcci.
L’indagine evidenzia come:

  • il 67% degli investitori istituzionali a livello globale pensa che il private equity offra rendimenti adeguati al rischio maggiori rispetto alle asset class tradizionali e più della metà (55%) ritiene che questa tipologia di investimento fornisca una migliore diversificazione rispetto alle azioni tradizionali;
  • il 73% ritiene che il private debt offra rendimenti adeguati al rischio maggiori rispetto ai bond tradizionali. Le aree considerate più promettenti sono le infrastrutture, l’healthcare, il settore tecnologico e il settore dei media e delle telecomunicazioni. Molti si dichiarano, inoltre, disponibili a considerare un utilizzo maggiore di strumenti di direct landing (44%) e di collaterized debt (34%);
  • circa un terzo degli investitori istituzionali a livello globale (34%) dichiara di voler pianificare nel corso dei prossimi 12 mesi una maggiore allocazione sugli asset reali, includendo gli immobili e il finanziamento di infrastrutture e di aeromobili. Sulla base di quanto osservato attraverso le view globali dei mercati, nel 63% dei casi i decision maker istituzionali investono in asset reali con l’obiettivo di ottenere maggiori ritorni;
  • il 63% degli istituzionali italiani (56% a livello globale) afferma di stare incrementando la propria esposizione agli investimenti alternativi. L’adozione di strategie alternative non è limitata ai portafogli con obiettivo di crescita, il 87% degli intervistati in Italia (77% nel complesso) dichiara che gli investimenti alternativi hanno anche un ruolo di liability-driven investing.

Bilanciare la crescita, il rischio, la liquidità e le passività
Nonostante gli investitori istituzionali ritengano che gli investimenti alternativi possano aiutare nella diversificazione del portafoglio e nella gestione del rischio, più della metà (55%) dichiara che la necessità di liquidità ha limitato la loro capacità di investire in strumenti alternativi. Diversi decision maker istituzionali (71%) credono che una più stringente solvibilità e i requisiti di liquidità stabiliti a livello globale abbiano determinato una più elevata propensione verso orizzonti temporali più brevi e asset più liquidi. Questo si è tradotto in una significativa difficoltà nel rispettare impegni che si estendono nell’arco di più decenni. Gli intervistati affermano che nel lungo periodo la loro maggiore preoccupazione in termini di gestione del rischio è il bilanciamento tra gli obiettivi di crescita e la necessità di liquidità.
Il tema degli investimenti ESG (Environmental, Social and Governance) sta assumendo una sempre maggiore importanza, offrendo uno strumento per identificare aziende e trend di investimento che potrebbe portare benefici in termini di potenziale di crescita nel lungo periodo. Il 60% degli investitori che hanno partecipato al sondaggio, infatti, afferma che valutare gli strumenti ESG è un modo per generare alpha. Una percentuale molto simile dichiara, poi, che questo può essere un sistema per ridurre i rischi primari, quali ad esempio cause legali, danni ambientali o disaccordi sociali. Il 62%, infine, pensa che gli investimenti ESG diventeranno una pratica comune per tutti i gestori nel corso dei prossimi cinque anni. Guardando all’Italia, gli investimenti ESG sono inseriti in portafoglio soprattutto attraverso strategie alternative (46%) e private equity (46%),.
La gestione attiva è più adatta a generare ritorni adeguati al rischio
Il 75% degli investitori istituzionali a livello globale (67% nel caso degli investitori italiani ritiene che oggi i mercati siano più favorevoli a una gestione attiva, in incremento del 6% rispetto al 2015,. Le proiezioni sulla gestione passiva sono diminuite sensibilmente di anno in anno. Se nel 2015 gli investitori prevedevano un incremento del 9% per gli investimenti passivi in portafoglio nel giro di tre anni, oggi si prevede un aumento di appena l’1% entro il 2019. Chiamati a confrontare i punti di forza relativi degli investimenti attivi e di quelli passivi, nel complesso l’86% degli investitori istituzionali afferma che la gestione attiva risulta più adatta per la creazione di alpha, per generare ritorni adeguati al rischio (64%), per accedere alle opportunità di investimento offerte dai mercati emergenti (76%) e per gli investimenti ESG (75%). Per l’80% degli investitori italiani, in questo ambito sono le soluzioni smart beta a essere le più interessanti in quanto offrono i vantaggi sia della gestione attiva sia di quella passiva.
Sebbene gli investitori istituzionali riconoscano l’effettivo valore offerto dagli investimenti passivi con riferimento a obiettivi specifici, vedono anche potenziali problematiche per gli investitori individuali che hanno iniziato ad affidarsi in modo importante agli investimenti passivi. Secondo il 75% degli istituzionali (70% nel caso degli investitori italiani), i risparmiatori non sono completamente consapevoli dei rischi della gestione passiva, che potrebbe offrire loro un falso senso di sicurezza.
La sfida della gestione delle passività
La gestione delle passività è tra le principali preoccupazioni dei decision maker istituzionali. Sette investitori su dieci hanno adottato strategie per aiutarli a bilanciare le vendite degli asset e i flussi di reddito per le spese future, con l’obiettivo di gestire il rischio di liquidazione. Molte di queste strategie avevano fatto affidamento su emissioni obbligazionarie di alta qualità, ma le istituzioni utilizzano oggi un più ampio range di strumenti di tipo LDI (liability-driven investing). Questi includono strategie hedge (utilizzate dal 47% degli intervistati), obbligazioni inflation-linked (44%) e obbligazioni nominali (37%).
Ma gli investitori istituzionali guardano anche a una serie di opzioni più ampie. Circa un terzo degli intervistati (77%) afferma che le strategie alternative giocano un ruolo importante nella gestione di portafogli basati su modelli LDI, in quanto offrono una diversificazione interessante, una riduzione dei rischi e un’integrazione all’interno portafoglio.
Un numero significativo di investitori (62%) ritiene che nonostante l’utilizzo di strategie LDI, la maggior parte delle organizzazioni non raggiungerà gli obiettivi di lungo termine. Tre investitori su cinque (60%) sostengono poi che vi sia una mancanza di innovazione nelle soluzioni LDI, anche se non così tanti investitori (41%) si dicono disponibili a pagare un premio per questo.

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