Fed attendista, Draghi ottimista

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di Finanza Operativa 4 Aprile 2017 | 19:30

Secondo Anaïs Nin, nelle stagioni della vita arriva un momento in cui il rischio di rimanere chiuso in un bocciolo diventa più doloroso del rischio di sbocciare. E’ un pò questa la sensazione che si ha a leggere l’ultimo statement a supporto delle decisioni della FED di settimana scorsa: la decisione di aumento dei tassi era largamente attesa dal mercato, ma anche questa volta la FED non ha indicato una chiara regola di politica monetaria, non facendo sbocciare una indicazione chiara sulla relazione tra sentiero atteso dei tassi di interesse futuri e ciclo economico.
Questo atteggiamento ha evidentemente beneficiato l’azionario, che ha continuato la sua progressione sia pure a ritmi meno vigorosi rispetto alle scorse settimane. Anche i tassi americani hanno corretto al ribasso, togliendo un pò di fiato al dollaro, in ritracciamento soprattutto nei confronti di un euro che ha anche beneficiato di un (moderato) cambio di linguaggio da parte di Mario Draghi: il presidente della BCE nella sua conferenza di marzo si è infatti dichiarato più ottimista sul ciclo europeo (dove i rischi di deflazione sono ormai spariti), e dunque secondo i mercati marginalmente più propenso a chiudere l’esperienza del QE europeo a novembre.
Sembra dunque confermata l’aspettativa di una FED che resta ancora moderata rispetto all’evoluzione del ciclo, con il rischio di arrivare a posizionarsi ‘behind the curve’ in termini di tasso rispetto alle dinamiche di inflazione. Tuttavia, a fronte di questo ultimo FOMC, resta infatti un’incertezza di fondo sulle modalità attraverso le quali la Banca Centrale americana adatterà le scelte di tasso rispetto alla progressiva chiusura dell’output gap in atto negli Stati Uniti. In sintesi, tattica senza strategia, o discrezionalità anzi che regole da parte della FED fanno certamente bene, nel breve, al mercato, ma potrebbero fare male nel medio periodo, nel momento in cui l’inflazione americana dovesse accelerare, portando con sè una brusca revisione al rialzo del sentiero di salita dei tassi.
Nell’Eurozona, il mercato sembra infatti aver terminato al momento di ‘scontare’ le cattive notizie sull’incertezza politica del Continente, mentre le parole di Draghi, ricordate in precedenza, portano verso una progressiva normalizzazione dello scenario di politica economica. Ed infatti nel mese di marzo sia lo spread italiano che quello francese sul bund si sono stabilizzati, dopo il progressivo ‘scivolamento’ di febbraio, mentre il rendimento del bund 10y è risalito in zona .50bps. Il risultato tutto sommato positivo delle elezioni in Olanda, dove le forze populiste ed euroscettiche sono avanzate ma non hanno sfondato, ha confermato negli scorsi giorni questo sentiment positivo.
Per l’Europa non è tuttavia ancora arrivato il momento di festeggiare. Le elezioni francesi restano infatti uno spartiacque importante, con dinamiche che il mercato ha solo parzialmente scontato, sia in positivo che in negativo. Il nostro scenario è quello di un primo turno (23 aprile) in cui dovrebbero prevalere Marine Le Pen e Emmanuel Macron, entrambi appaiati nei sondaggi con poco più del 25% dei consensi. Sembra invece segnato il destino del candidato repubblicano Fillon, la cui corsa all’Eliseo è stata compromessa dall’incriminazione per corruzione recentemente ricevuta dalla magistratura francese per una questione di rimborsi amministrativi.
Una passaggio di Macron al secondo turno, fino a qualche settimana fa assolutamente non previsto, sarebbe certamente una notizia positiva anche per i mercati, in quanto è lui al momento il candidato di gran lunga più avanti sul fronte della futura integrazione europea, con messaggi nuovi e moderni anche per l’elettorato francese. Tuttavia il rischio è che Macron rappresenta anche il candidato rispetto al quale Marine Le Pen ha le maggiori chance di recupero al secondo turno.
L’elettorato conservatore di destra, soprattutto rurale, che avrebbe potuto tranquillamente votare Fillon al secondo turno, avrebbe invece qualche difficoltà a preferire il giovane e ‘borghese’ Macron rispetto alla Le Pen. Di contro, l’uscita di Macron dal partito socialista proprio in funzione della sua candidatura da indipendente all’Eliseo potrebbe alienargli le simpatie della parte più estrema di quel partito.
Ne consegue che se al momento la Le Pen è data non oltre il 35% al secondo turno delle presidenziali contro un qualunque candidato ‘di sistema’, non è impossibile un recupero nei polls tra le due settimane che separano il 23 aprile dal 7 maggio, data del secondo voto. Evidentemente, con una Le Pen in recupero nei sondaggi, la volatilità dei mercati rischia di salire molto velocemente in quel periodo.
Per quanto riguarda invece l’Italia, la situazione è come spesso accade tragica ma non seria. Le ultime vicende politiche hanno rafforzato la leadership nei sondaggi del M5S, che ormai risulta il primo partito politico italiano (almeno nelle intenzioni di voto), con due punti di vantaggio rispetto al PD. Sommando ai voti del M5S quelle di Lega (terzo partito politico) e Fratelli d’Italia, la percentuale di partiti dichiaratamente euroscettici sfiora al momento il 50%. L’atteggiamento di Forza Italia non è chiaro, ma anche una eventuale alleanza tra quest’ultima e il PD, insieme ai movimenti centristi, sarebbe lontana dalla soglia di maggioranza.
Ne consegue che, se si votasse a breve, l’Italia sarebbe il più serio problema politico oggi presente in Europa, anche alla luce delle dinamiche di deficit e debito pubblico, al momento fuori dai parametri europei. Del resto, essendo l’Italia il paese con il più basso tasso di crescita dell’UE per quest’anno e il prossimo, non sorprende che la questione economica e quella politica risultino intimamente intrecciate.
Ma, fortunatamente, non si voterà a breve: l’ipotesi prevalente è che si voti comunque dopo la Legge di Stabilità del 2017, dunque non prima del febbraio 2018. Per allora, il quadro politico di riferimento potrebbe essere profondamente cambiato, sia in chiave nazionale (dovremmo avere una nuova legge elettorale), che in particolare per quanto attiene gli sviluppi europei.
Per l’inizio del 2018 sarà allora chiaro al Paese quale treno rischiamo di perdere, e questo lascia qualche margine di ottimismo, anche se il quadro nazionale resta al momento ancora fluido.
Sul fronte asiatico, la banca centrale giapponese ha deciso di mantenere invariata la sua politica monetaria nel suo meeting di marzo, alla luce del rialzo dei prezzi petroliferi accompagnato da un relativo indebolimento dello yen nei confronti del dollaro negli ultimi mesi, il che sta consentendo al Giappone di importare lentamente inflazione, in linea con il target della BoJ.
Unico problema evidentemente sarà la modalità attraverso la quale la stessa banca potrà mantenere il suo target a 0% sul 10 anni del JGB, che in un contesto di tassi in risalita evidentemente sconta pressioni al rialzo, attestandosi oggi intorno allo 0.10. Non sono dunque escluse modifiche alla politica monetaria giapponese, ma queste non dovrebbero avere luogo prima di ottobre.
Resta invece stabile la situazione per i mercati emergenti, che continuano a beneficiare da un lato da una retorica protezionistica americana al momento fatta solo di chiacchiere e distintivo. Dall’altro lato, la politica monetaria della FED che, come visto, resta relativamente accomodante rispetto al posizionamento del ciclo americano contribuisce al relativo indebolimento del dollaro ed ad una dinamica di risalita di tassi US ad un ritmo moderato, elementi che non creano troppa volatilità sul fronte dei movimenti internazionali di capitale, mantenendo invariato l’outlook per gli emergenti.
Infine, segnaliamo la robusta correzione al ribasso del prezzo del petrolio, che ha rotto la soglia dei 50 dollari al barile in concomitanza con un dato di accumulo di scorte (soprattutto americane) sui mercati internazionali ampiamente sopra le attese. Il dato di fondo è che l’accordo OPEC non sta al momento riuscendo a stabilizzare una produzione che, alla luce della ripresa dei prezzi petroliferi degli scorsi mesi, ha ripreso vigore, contribuendo alla volatilità vista in queste ultime settimane.

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