Trump alla prova Asia: in gioco la leadership presidenziale

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di Finanza Operativa 21 Aprile 2017 | 10:00

Jesper Koll, Head of WisdomTree in Giappone

All’ultimo vertice tra Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping, la squadra di Trump ha mostrato ottime capacità di leadership sui temi dell’economia globale e i due leader hanno concordato un’agenda improntata al dialogo e all’impegno su temi concreti: a livello operativo, entrambe le nazioni hanno sottoscritto un “piano di 100 giorni” per affrontare le questioni commerciali bilaterali i cui progressi verranno via via valutati direttamente dai due presidenti. Trump ha inoltre accettato l’invito del presidente Xi per un nuovo vertice bilaterale in Cina, da tenersi nella seconda metà dell’anno.

Entrambi i leader hanno cercato il modo per lavorare su un terreno comune e arrivare a soluzioni credibili piuttosto che – come ci si attendeva del resto prima dell’incontro – semplicemente dichiarare di non essere d’accordo su nulla. Il nuovo rapporto bilaterale Stati Uniti – Cina si è avviato dunque su basi pragmatiche ed è improntato al futuro. Questa è una buona notizia per gli asset più rischiosi dei mercati globali e per l’azionario giapponese in particolare visto che il rischio di uno scoppio di una guerra valutaria in Asia si è ridotto in modo significativo.

Il ritorno a un vero mercato ottimista richiede però una prova di leadership politica coordinata dagli Stati Uniti, con il Dipartimento del Tesoro, il Dipartimento del Commercio e la Casa Bianca che devono dimostrare un approccio unificato e coordinato. Più la leadership statunitense diventerà professionale e coordinata in merito alle politiche commerciali e di investimento, meno gli investitori che apprezzano il rischio saranno distratti dalle classi più sotto i riflettori.

Dal triangolo USA-Cina-Giappone all’area Asia Pacifico È importante sottolineare quanto un positivo rapporto commerciale tra USA e Cina sia centrale per la prosperità futura di tutta l’area Asia Pacifico. La competizione tra la Cina e gli altri paesi della regione è intensa. Nello specifico, la sfida sulle esportazioni è estremamente accanita, con circa l’80% delle esportazioni asiatiche in serrata competizione sul mercato statunitense con quelle di Pechino. Anche per quanto riguarda i beni prodotti in Giappone, circa il 65% delle esportazioni deve vedersela con la produzione cinese, con un’assenza di competizione diretta nel mercato automobilistico e in quello dei pezzi di ricambio, motivo per cui il Giappone è relativamente tranquillo rispetto agli altri paesi della regione. Sia chiaro, la posizione cinese sui mercati globali delle esportazioni non è un monopolio indiscutibile.

Le implicazioni chiave sono duplici.

  • In primo luogo, la fine del libero scambio tra Stati Uniti e Cina scatenerebbe quasi sicuramente una guerra valutaria, con la Cina probabilmente forzata a compensare le tariffe avverse attraverso una svalutazione dello yuan. Non fare questo potrebbe infatti significare la perdita di quote di mercato, visto che gli altri fornitori asiatici sarebbero in grado di reagire tempestivamente.
  • In secondo luogo, l’amministrazione USA ha iniziato il negoziato legato al “piano di 100 giorni” da una posizione di relativa forza. Per gli Stati Uniti ci sono molti fornitori alternativi rispetto alla Cina. Per quest’ultima il quasi certo calo delle esportazioni porterebbe a un aumento della disoccupazione, fattore che causerebbe un indebolimento della leadership del Partito Comunista Cinese e la nascita di frizioni tra le autorità locali e quelle centrali.

Le condizioni per un mercato ottimista, innescato dalla rimozione dell’incertezza politica in Asia, stanno iniziando a manifestarsi. Resta da capire se questi sviluppi in Asia avranno ripercussioni su altre regioni – per esempio l’Europa. A differenza del rapporto USA/Giappone e USA/Cina, un credibile coinvolgimento bilaterale in Europa appare improbabile, in attesa di capire chi salirà al potere in Germania e Francia.

 

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