La virtù e il bene nelle scelte pensionistiche

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di Marco Liera 15 Novembre 2017 | 05:41

E ora tutti – o quasi – a osannare Richard Thaler. Come se fosse necessario vincere un premio Nobel per sancire o meno la validità della ricerca di uno studioso. Niente di nuovo, si capisce.
 Questi comportamenti da gregge sono da annoverare tra le distorsioni più o meno razionali del genere umano che proprio Thaler ci ha aiutato a esplorare. La parte descrittiva del lavoro di Thaler, quella che guarda il mondo con gli occhi di un bambino, è quella più utile. Quella più rischiosa è la parte prescrittiva, il “nudge”. Il cui concetto base è: una volta che io ho capito (o credo di aver capito) i tipici schemi di irrazionalità del genere umano, io posso approfittarne per condurlo a comportamenti “virtuosi”.

Un vasto programma, che presuppone una questione non trascurabile sulla quale da secoli si azzuffano pensatori vari e si sono pure combattute guerre: cos’è la virtù, cos’è il bene? Evitando di filosofeggiare troppo, ci sono virtù che sono difficilmente contestabili: per esempio, non buttare i rifiuti dove capi- ta. Evitare di prendere una curva pericolosa a 150 all’ora. Farsi esplorare il colon dopo i 50 anni per vedere se c’è un tumore.

E così via. Ma c’è tutta un’area in cui il nudge viene praticato che si presta a varie domande. È un bene che tutti i lavoratori aderiscano a piani previdenziali (e questo fine venga ottenuto con l’iscrizione automatica a fondi pensione)? Si potrebbe obiettare – in base a quello che spiega un’abbondante letteratura sul capitale umano – che le scarse risorse di milioni di lavoratori debbano essere destinate prioritariamente ad assicurazioni sulla vita e invalidità permanente totale e poi, se avanza qualcosa, a piani previdenziali. E poi, attenzione ai “rischi sottili”. Tutto il nudge che vi spinge a preferire due mele domani anziché una oggi si fonda su un assunto non banale: che chi vi deve dare due mele domani nel frattempo non fallisca (o non fugga con le mele).

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