Gestione a prova di conflitti

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di Gaetano Megale, Independent Ethics Advisor 12 Giugno 2018 | 06:15

La letteratura ha da tempo evidenziato e quantificato i costi, diretti e indiretti, che gli utenti della consulenza finanziaria sostengono per una gestione non efficace dei conflitti d’interessi del professionista. A fronte di questo fenomeno è immaginabile che la nuova normativa Mifid 2 possa avere un qualche effetto correttivo. L’aspettativa è quella di migliorare la qualità della consulenza riducendo, o quanto meno scoraggiando, il misselling dei prodotti finanziari dovuto a consulenze che, seppur adeguate formalmente, privilegiano l’interesse del professionista verso quello dell’utente. Tuttavia diverse ricerche sostengono che un inasprimento normativo può avere effetti limitati
e addirittura potrebbe generare esiti opposti a ciò che si prefigge. In particolare l’efficacia dell’obbligo di trasparenza delle attività e dei costi (disclosure) secondo recenti ricerche può non migliorare i risultati per gli utenti. Anzi può
complicare la relazione con il cliente e allontanarlo, con suo danno, dalla fruizione di un’utile e produttiva consulenza. Tutto ciò perché si continua a inquadrare i problemi dei conflitti d’interesse in termini economici pensando che essi possano essere risolti mediante normative e sanzioni. Questa interpretazione della realtà, ormai primitiva sul piano scientifico, non tiene conto della dimensione psicologica che è dominante in tale questione.
Infatti è ampiamente provato che le violazioni possano essere del tutto inconsapevoli, inconsce e frutto di errori cognitivi. Occorre che alla normativa si affianchino e si sviluppino interventi che consentano di rendere gli operatori
consapevoli di tali processi. Difficile da credere e accettare, è proprio l’effetto di un altro e specifico errore cognitivo: il backfire effect.

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