Consulenti e gestito, la musica rallenta

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Andrea Giacobino di Andrea Giacobino12 settembre 2018 | 06:08

Mettiamo in fila qualche numero di borsa. Primo prezzo gennaio 2018 di Azimut Holding: 15,97 euro. Ultimo prezzo giugno 2018: 13,255. Variazione %: -17. Passiamo a Banca Generali. Primo prezzo gennaio 2018: 27,29, ultimo prezzo giugno: 21,34. Variazione %: -21,8. Proseguiamo con Banca Mediolanum. Primo prezzo gennaio 2018: 7,085, ultimo prezzo giugno: 5,805. Variazione %: -18,06. Infine, a completare il poker borsistico dell’industria dei consulenti finanziari, ecco FinecoBank. Primo prezzo gennaio 2018: 8,445, ultimo prezzo giugno: 9,672. Variazione %: +14,53. Ancora qualche numero, questa volta non più dalla borsa, ma dai bilanci delle quattro società. Azimut, utile primo trimestre 2018: 182,3 milioni, utile primo trimestre 2017: 214,7. Banca Generali: 49 milioni rispetto a 56,2. Banca Mediolanum: 59,5 milioni rispetto a 84,9. FinecoBank: 155,4 milioni rispetto a 141,9.
Su cosa si basa il business della consulenza finanziaria? Sulla vendita di risparmio gestito, di fondi comuni. Anche qui vediamo i numeri confrontando i dati di raccolta netta del sistema del primo semestre di quest’anno rispetto al corrispondente periodo gennaio-giugno del 2017. Lo scorso anno: gennaio: +4,631 miliardi di euro, febbraio: +7,450 miliardi, marzo: +10,105 miliardi, aprile: +9,029 miliardi, maggio: +11,501 miliardi e giugno +8,115 miliardi. In totale 56,5 miliardi. E adesso parliamo del 2018. Gennaio: +9,918 miliardi, febbraio: -883 milioni, marzo: +3,422 miliardi, aprile: +2,930 miliardi, maggio: -6,910 miliardi e giugno: -579 milioni. In totale 9,43 miliardi.
Dieci anni fa, il 15 settembre del 2008, falliva Lehman Brothers, innescando la decennale crisi finanziaria giunta fino a noi. In Margin Call, un film di tre anni dopo, l’attore Jeremy Irons interpreta il ruolo di John Tuld, capo di una grande banca d’investimento di Wall Street. Quando un analista gli spiega che sono sbagliati i modelli matematici usati dall’istituto per calcolare il valore di alcuni asset, a tal punto che l’intera capitalizzazione della big bank è a rischio, il banchiere dice: “Quindi lei mi sta dicendo che la musica sta per finire e che quando si fermerà a noi resterà in mano la più grossa montagna di escrementi puzzolenti mai prodotta nella storia del capitalismo”.

I fondi comuni non sono certamente escrementi e i consulenti finanziari nulla hanno a che vedere con gli squali di Wall Street che hanno fatto fallire Lehman Brothers per eliminare una delle bocche più affamate e oggi essere più forti di allora, come testimonia l’inarrestabile Toro della borsa a stelle e strisce e la migliore salute delle banche americane rispetto a quelle europee. Ma i numeri che ho messo in fila sopra testimoniano con certezza che la musica della grande industria della consulenza finanziaria italiana sta rallentando, dopo anni di concerti meravigliosi, cioè di utili straordinari. Con la sola eccezione di Fineco, la borsa nei prezzi anticipa il futuro e ha iniziato a sentire la più difficile sostenibilità del business model dell’industria, pure vincente fino a ora. Come spiega Nicola Ronchetti su questo numero di BLUERATING il 79% dei cf e l’80% dei private banker sono preoccupati per i riflessi della direttiva europea Mifid 2. Ne hanno ben donde, perché anche questo rallenterà la musica.


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