Consulenza? Sconosciuta. E non si vuole pagarla

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Andrea Giacobino di Andrea Giacobino12 novembre 2018 | 05:26

Tra gli italiani che decidono di investire il loro risparmio la consulenza professionale risulta ancora poco diffusa. Lo segnala il rapporto Consob – presentato lo scorso 22 ottobre – sull’approccio alla finanza e agli investimenti delle famiglie italiane secondo cui circa il 50% degli investitori ricorre ai consigli di amici e parenti (cosiddetta consulenza informale), poco più del 20% si affida alla consulenza professionale ovvero delega un esperto, mentre il 28% sceglie in autonomia. Il controllo della performance dell’investimento risulta ugualmente poco diffusa: circa il 40% – si legge nel rapporto – dichiara di non monitorare l’andamento degli investimenti effettuati. L’attitudine al monitoraggio è più frequente tra chi è assistito da un consulente professionale, oltre a crescere con l’età, il livello di istruzione e le competenze finanziarie. Più del 50% degli intervistati non è in grado di definire in cosa consista il servizio di consulenza in materia di investimenti, continua il rapporto aggiungendo che “nel 37% dei casi gli investitori sono convinti che la consulenza sia gratuita, mentre nel 45% dei casi essi dichiarano di non sapere se il consulente viene retribuito”. Nel complesso il 50% circa non è disposto a pagare per il servizio. La disponibilità a pagare si associa positivamente con la cultura finanziaria, la conoscenza delle caratteristiche del servizio, l’orientamento al lungo termine (definito come capacità emotiva di sostenere perdite nel breve periodo) e l’abitudine a monitorare gli investimenti. “Dopo aver ricevuto la raccomandazione di investimento, più del 60% segue il consiglio, mentre soltanto il 10% si rivolge a una fonte diversa per una second opinion”, afferma il rapporto. La prateria che hanno davanti i consulenti finanziari è sterminata per far percepire l’advisory come un valore da remunerare. Anche perché, sempre secondo il rapporto, l’attitudine a gestire le risorse familiari nell’ambito di un processo strutturato di pianificazione e controllo è ancora poco diffusa. Il 47% degli intervistati dichiara di predisporre un bilancio familiare, mentre solo il 30% tiene traccia scritta delle spese e solo un terzo delle famiglie, infine, dichiara di avere un piano finanziario e di controllarne gli esiti. Il 20% degli intervistati non saprebbe come affrontare una riduzione significativa del reddito disponibile, mentre più del 30% si adopererebbe per rivedere al ribasso le abitudini di spesa. Lo stile di vita potrebbe rimanere inalterato per circa un quinto delle famiglie, prevalentemente grazie ai risparmi accumulati. Nel dettaglio le famiglie intervistate risparmiano in modo regolare (soprattutto per motivi precauzionali) nel 40% dei casi circa e in modo occasionale nel 36% dei casi; il 25% non accantona nulla, soprattutto per vincoli di bilancio. L’abitudine a risparmiare in modo regolare si associa positivamente con la propensione a pianificare, la ricchezza e la cultura finanziaria (reale e percepita); è inoltre più frequente tra gli individui più sicuri della propria abilità di raggiungere gli obiettivi prefissati e più inclini all’autocontrollo.


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